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Metodo di studio: ecco come trovare il tuo!

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Trova il tuo metodo di studio: ricevi subito la mia guida

Trova il tuo metodo di studio

Quante volte hai sentito parlare dell’importanza di avere un proprio metodo di studio? Lasciami indovinare: tantissime! Anzi, scommetto che è una cantilena che ti risuona nelle orecchie fin da quando da bambino hai varcato a testa alta con il tuo grembiule e la merenda nello zaino le porte della scuola elementare. 

Prima le maestre, poi i genitori, a seguire i professori delle medie e delle superiori, tutti bravi a dirti “devi trovare il tuo metodo di studio” oppure “non rendi abbastanza perché non hai un buon metodo”. Sai bene che potremmo continuare a citare innumerevoli esempi sul tema in questione. Ma ora ti faccio io una domanda o due. Hai mai assistito ad una lezione appositamente dedicata in merito a come trovare o creare questo fantomatico metodo di studio? In tutta la tua carriera scolastica qualcuno si è mai preso il disturbo di guidarti per mano in questa ricerca che tanto somiglia alla trama di un film d’avventura vecchio stile?

Penso proprio di no, almeno nella maggior parte dei casi. Correggimi se sbaglio e, credimi, sarei davvero molto felice di essere in errore.

Trova il tuo metodo di studio: ricevi subito la mia guida

Perché è così importante avere un proprio metodo di studio?

Sul fatto dunque che tanto se ne parli mi pare di capire che siamo tutti d’accordo, ma la vera domanda che forse anche tu ti sei posto almeno una volta riguarda proprio la sua tanto chiacchierata importanza. 

Nelle mie lezioni, ancor prima di aprire i libri di letteratura o il vocabolario di latino, la prima cosa che faccio è parlare con i miei studenti per capire se hanno già un metodo di studio collaudato oppure no. Mi capita spesso di lavorare accanto a ragazzi che procedono un po’ alla cieca in mancanza di una strada ben definita da seguire. Altre volte accade che qualcuno utilizzi una certa prassi di studio in maniera per nulla personalizzata cercando di applicare consigli scopiazzati qua e là che portano ben pochi risultati. 

No, aspetta non demotivarti! Il mio obiettivo non è certo questo, anzi. Ciò che sto cercando di dirti è che il problema sta a monte. Proprio perché avere un metodo di studio è di fondamentale importanza nella vita di qualsiasi studente in ogni ordine e grado scolastico, l’argomento dovrebbe essere protagonista di apposite lezioni. Solo che per mancanza di tempo o per la carenza di una programmazione specifica questo non avviene. 

Certo è che anche per insegnare l’apprendimento di una metodologia specifica di studio occorrono delle competenze adeguate che non tutti hanno. Per essere in grado di aiutare qualcuno in questo senso si deve quanto meno avere delle basi di psicologia generale, di pedagogia e soprattutto aver fatto esperienze individuali con un considerevole numero di studenti. 

Ma una delle doti, se così vogliamo chiamarla, più importante è senza dubbio l’empatia. Essere in grado di comprendere in profondità lo stato d’animo del prossimo, così come i suoi desideri e obiettivi è basilare per poterlo davvero aiutare. Questo è ciò che io ritengo assolutamente prioritario. Dopo arrivano i libri di testo, le traduzioni e le date da memorizzare. Ma insegnare cosa studiare è del tutto inutile senza prima aver dato ai propri ragazzi gli strumenti adeguati per farlo. 

A cosa ti serve?

Si, ok, tante parole, ma nel concreto a cosa serve avere un metodo di studio personalizzato ed individuale? Oggi è proprio a questa domanda che voglio rispondere! Grazie ad una metodologia di apprendimento su misura potrai:

  1. studiare con meno fatica 
  2. memorizzare i concetti in modo più naturale e automatico
  3. imparare a gestire il tuo tempo, cosa che ti sarà utilissima sia all’università sia nel mondo del lavoro
  4. avere tempo da dedicare a te stesso, agli hobby e agli amici
  5. combattere e superare l’ansia da interrogazione o esame

Questi cinque grandi vantaggi porteranno due grandi cambiamenti nel tuo approccio alla scuola. 

In primo luogo tutto sarà più piacevole e meno detestabile. 

Secondo poi raggiungerai degli obiettivi concreti in termini di risultati scolastici.

Gli svantaggi di non trovare un metodo di studio adatto a sé

So bene che il tempo utile allo studio è davvero poco e che per stare dietro a tutte le interrogazioni da preparare l’idea di dover studiare anche per capire come farlo ti fa rabbrividire. 

Prima di tutto ti voglio rassicurare, ciò che infatti ti indicherò tra poco non sarà studio in più ma un insieme di semplici strategie applicabili da chiunque. 

Inoltre credo sia molto importante chiarire quanto profonda sia la differenza fra chi ha un proprio metodo e chi invece tenta di studiare senza. 

Ti parlo per esperienza diretta dei miei studenti. Molto spesso quando inizio a lavorare con un nuovo studente mi viene propinata una situazione tragica da lui stesso o dai suoi genitori. Sembrerebbe che non si impegni abbastanza, che non ne abbia voglia, che questi benedetti voti non facciano altro che scendere inesorabilmente verso il basso.

A volte può essere così. Ma nella maggior parte dei casi è proprio la mancanza del metodo a fare la differenza. Una volta scoperta e fatta propria una strategia personalizzata la situazione cambia e molto. Il ragazzo in questione diventa più sereno in classe e in famiglia, più positivo verso la scuola perché capisce l’importanza di studiare per sé e per il suo futuro. E, come logica conseguenza, ecco che anche nei voti si rispecchia questo netto cambiamento.

Come trovare il metodo di studio

Sono sicura che ora la tua domanda sia “ma come posso trovare un metodo che sia adatto per me?” Non voglio risponderti frettolosamente con una lista di prassi, voglio però farti un regalo. Ho molto a cuore l’argomento e proprio per questo motivo ho preparato una breve ma essenziale guida proprio su questo. Se desideri riceverla ti basterà iscriverti alla newsletter che trovi sulla home di studentcoach. Lasciami la tua mail e dopo pochi minuti riceverai direttamente sulla tua casella di posta la mia guida che ti aiuterà a trovare il metodo più adatto per te. Iscrivendoti alla newsletter inoltre avrai altri vantaggi.

Ad esempio potrai ricevere periodicamente gli aggiornamenti delle pubblicazioni ed altri contenuti speciali che riserverò proprio per gli iscritti 🙂 

Anche del metodo torneremo presto a parlare, ciò che infatti mi preme più di qualsiasi cosa è ricordare ai miei studenti che non sono soli e che con la giusta guida il viaggio può essere uno spasso!

Lasciami un commento e fammi sapere se la mia guida per trovare il metodo di studio ti è stata utile.

Raccontami della tua esperienza e, come sai, sono sempre disponibile per dare consigli, ma soprattutto per riceverli, il mio lavoro infatti si basa su di te e proprio grazie al tuo feedback posso migliorarlo!

A presto e buona lettura

Risorse: crea la tua cassetta degli attrezzi

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Risorse utili: la cassetta degli attrezzi dello studente

Ad ogni lavoratore i suoi attrezzi

Per ogni lavoro, attività o ruolo esistono i cosiddetti “strumenti del mestiere”, gli studenti non fanno eccezione! Per questo motivo ho deciso di raccogliere in questa pagina una lista di “attrezzi” che personalmente ritengo molto utili. Il panorama delle risorse che ho selezionato è vario e come potrai notare spazia dal fisico al virtuale. Qui di seguito trovi dunque tutte le mie raccomandazioni con i rispettivi link delle risorse per gli studenti che io stessa utilizzo e per questo consiglio!

Risorse utili: la cassetta degli attrezzi dello studente

Occhio agli aggiornamenti

Tieni d’occhio questa cassetta degli attrezzi perché sarà costantemente aggiornata e ampliata. Aggiungerò via via contenuti che potrai reperire molto facilmente e che sono certa troverai davvero utili.

Inoltre non voglio limitarmi ad uno sterile elenco di risorse, nei miei articoli di volta in volta ti spiegherò come utilizzarli e ti guiderò per fare in modo che siano davvero efficaci!

Ecco gli strumenti che ti consiglio

Planning settimanale 40×30 

Planning 43×31

Moleskine 2019 Agenda Settimanale 18 Mesi, con Spazio per Note, Large, Copertina Morbida, Nero

Come svolgere un tema

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come svolgere un tema

Come svolgere un tema

Eccomi di nuovo a parlare di tipologie testuali. Nello specifico voglio rispondere alla domanda che più di ogni altra mi viene rivolta dagli studenti ossia come svolgere un tema. Si tratta di un dubbio che assilla tanto i ragazzi delle medie quanto quelli dei primi anni di scuole superiori. Viste dunque le innumerevoli richieste penso possa essere d’aiuto fare un po’ di chiarezza sull’argomento.

Facciamo un passo indietro: che cos’è un tema?

Quando si parla di tema in riferimento ad un testo scritto ci si riferisce alla più comune delle tipologie testuali utilizzate nella scuola italiana. In realtà però l’appellativo tema è piuttosto generico infatti possiamo assegnare numerose forme di testo a questa tipologia. Il tema è l’esercizio di elaborazione scritta più diffuso nelle classi di ogni scuola proprio per la sua peculiarità di sapersi piegare a diversi gradi di difficoltà. Altro dettaglio estremamente importante da tenere a mente al riguardo è che per tutti, indistintamente dall’indirizzo frequentato, è fondamentale saper svolgere un tema. 

Perché? Domanda legittima che merita una risposta.

Il tema che l’insegnante ti assegna da svolgere oggi si limita ad essere una verifica in classe o un compito a casa. Domani quella stessa tipologia testuale sarà, con le opportune articolazioni e un adeguato sviluppo, la tua tesina della maturità. Ma sarà anche l’elaborato per la fine del triennio delle medie. E perché no, persino la tua tesi di laurea. Esatto. La struttura che sta alla base del tema ha la stessa ossatura di molte altre redazioni scritte che dovrai redigere nella tua vita. 

come svolgere un tema

Quanti tipi di tema esistono?

 

Prima di passare alle regole che stanno alla base per svolgere un buon tema occorre meglio chiarire cosa intendo quando dico che sono numerose le forme di testo rispondenti a questo nome. Esistono numerosi tipi di tema come ti ho anticipato nel mio post su come superare la paura del foglio bianco parlando appunto di come iniziare un testo efficace. Ti riporto qui di seguito un chiaro e semplice elenco dei possibili travestimenti del tema di base.

  1. descrittivo
  2. narrativo
  3. espositivo
  4. interpretativo-valutativo
  5. argomentativo
  6. di attualità
  7. storico
  8. introspettivo

Queste otto varietà sono le più frequenti opzioni con le quali ti ritroverai ad avere a che fare nel corso della tua carriera scolastica e non solo. Ciò che spesso infatti si scorda di specificare agli studenti è che il tema non è un mero esercizio scolastico ma può divenire estremamente importante anche in ambito personale e lavorativo.

Come? Facciamo qualche esempio.

Ipotizziamo che alla fine di un’esperienza lavorativa o di tirocinio ti venga richiesto di scrivere una relazione. Molto spesso all’interno di questa particolare e specifica forma del testo confluiscono alcune parti descrittive che non sono altro che testi descrittivi o piccoli temi della stessa natura. Per il resto dell’elaborazione poi la tua relazione sarà molto simile ad un tema espositivo. 

Un altro caso che non posso proprio non portare alla tua attenzione è il tema argomentativo. Forse ti stupirai di quanto sto per dirti ma è proprio questa sottocategoria che viene utilizzata dagli avvocati per scrivere le arringhe, dagli esponenti dei partiti politici e persino dai sacerdoti sul pulpito. Non te lo aspettavi che il tema fosse così popolare, vero?

Quali sono le regole per svolgere un tema in modo corretto? 

Passiamo dunque a vedere insieme quali sono nel concreto le norme da rispettare per scrivere un ottimo tema. Affidandoti ai punti salienti che ti illustrerò qui di seguito ed integrandoli con le opportune caratteristiche specifiche di ciascun tipo di testo sono certa che ti sembrerà molto più semplice affrontare la prova. 

Prima di tutto ricordati che per svolgere un tema in modo corretto non puoi tralasciare tre tappe salienti del processo di creazione.

Uno: leggi bene e con attenzione il titolo e individua l’argomento fondamentale.

Questa operazione è cruciale per evitare di uscire fuori tema nel corso dello svolgimento. A molti studenti capita spesso di incorrere in questa correzione da parte del professore e l’errore è da imputare proprio ad una lettura superficiale e frettolosa del titolo.

Oltre a quanto detto, prestare attenzione al titolo è essenziale anche per un altro motivo. Grazie all’indicazione che ti fornisce sei in grado di capire quale specifico tipo di tema ti viene richiesto di scrivere. Vediamo qualche esempio per capirci meglio.

  • “Descrivi tua sorella/fratello”. Per un titolo di questo tipo dovrai applicare le regole del tema generale implementandole con le caratteristiche di quello descrittivo.
  • “Racconta come hai trascorso il giorno del tuo compleanno”. In questo caso il tema da svolgere sarà quello narrativo.
  • Un altro esempio ancora, molto frequente a scuola, potrebbe essere quello dove ti viene richiesto di fare l’analisi e il commento di un testo letterario affrontato con l’insegnante. In questo caso dovrai realizzare un elaborato interpretativo-valutativo.

Come avrai già capito potremmo andare avanti per ore con gli esempi. Ma in questo caso usciremmo “fuori tema”! Motivo per cui affronterò negli articoli che verranno ogni singolo tipo di tema dando a ciascuno lo spazio che merita. Stay tuned!

Due: metti insieme idee e spunti e crea la tua scaletta.

Hai letto attentamente il titolo del tuo tema e individuato il tipo che ti viene richiesto di svolgere? Perfetto, è giunto il momento di scatenare le idee. Ti trovi in quella che in un film chiamerebbero “la fase cruciale”. Devi decidere nello specifico quali contenuti affrontare e sviluppare per dar vita al tuo tema. Ma non basta sceglierli. Il vero segreto per scrivere un tema davvero efficace e ben costruito sta nell’organizzare tutte le tue idee alla perfezione! Niente paura, vediamo insieme come fare 😉 

Esistono diverse tecniche per gestire al meglio questa importante fase del lavoro. Qui gioca un ruolo chiave l’inclinazione personale e sta a te scegliere la modalità con cui ti trovi meglio. Di seguito ne trovi tre che ho selezionato da proporti. Se tu hai trovato qualche altro metodo non esitare a condividerlo nel commenti: la tua soluzione potrebbe aiutare qualcun altro!

Prima strategia: la mappa concettuale

Utilizzare il metodo delle mappe concettuali è utilissimo quando si tratta di strutturare la scaletta per la stesura del tuo tema! Si tratta di organizzare tutte le tue idee attorno ad un nucleo centrale, dunque l’argomento del tema che trovi nel titolo. Da questo poi partono una serie di rami che collegano, a quello centrale, sottocategorie di argomenti e via dicendo. Ciò che ne risulta è un vero e proprio diagramma ramificato a partire da un solo centro focale. Questa strategia ti permette di individuare a colpo d’occhio quale organizzazione gerarchica vuoi dare ai tuoi contenuti. 

Vediamo un esempio semplice che ti chiarirà ogni eventuale dubbio.

Ipotizziamo che l’argomento centrale del tuo tema sia la descrizione di tua sorella o fratello. Il diagramma che ne verrà fuori potrebbe essere di questo tipo.

Scaletta tema

Seconda strategia: la lista numerata

Un altro metodo spesso utilizzato è quello di creare una lista con tutti i contenuti che intendi inserire nel tuo tema. Una volta stilato l’elenco devi organizzare il materiale raccolto. Per farlo dovrai numerare in ordine crescente ogni elemento cosicché che al momento della scrittura ti sarà sufficiente seguire l’ordine che hai scelto. 

Terza strategia: gli incipit

La terza strategia è meno comune ma devo ammettere che non sono pochi a preferirla alle altre. In sintesi si tratta di scrivere la prima riga di ogni paragrafo che corrisponderà rispettivamente ad ogni contenuto che intendi sviluppare. Se decidi di seguire questa terza tecnica di organizzazione ciò che farai sarà dunque scrivere l’introduzione con un incipit ad effetto. 

Di questo argomento abbiamo già parlato nell’articolo su come iniziare. Per quanto riguarda gli esempi in merito invece ti consiglio di dare un’occhiata alla scheda scaricabile su come iniziare un saggio breve, sono certa che troverai utili spunti per il tuo tema!

Ma torniamo ai nostri incipit. Per ogni “sotto-argomento” sono sicura che proprio nel momento in cui è spuntata nella tua mente l’idea di inserirlo nel tema ti è balzato in testa anche come iniziare la frase. Ebbene, ciò che farai sarà dunque appuntarti proprio queste poche righe che poi, in fase di scrittura, dovrai sviluppare. 

Anche in questo caso voglio farti un esempio. Ipotizziamo che tu debba scrivere un testo narrativo in cui raccontare delle tue vacanze estive. La tua scaletta si potrebbe strutturare nel modo seguente.

Intro.«Quando è finita la scuola mai avrei potuto immaginare che la mia estate sarebbe stata così incredibile».

La partenza «La macchina era carica, gli auricolari suonavano la mia musica preferita e mamma e papà già discutevano ridendo sulla spiaggia da scegliere per quel pomeriggio.»

L’arrivo «L’ingresso del resort era accogliente e affollato di ospiti. Dalle vetrate aperte si sentivano gli schiamazzi provenienti dalla piscina, speravo di incontrare ragazzi della mia età con cui condividere le giornate.»

I nuovi amici «L’ho conosciuto durante una partita al biliardino del chiosco, quattro battute, due gol per noi ed eravamo già come fratelli.»

La sera di ferragosto «Per la sera di ferragosto si era deciso di festeggiare in spiaggia tra musica, balli e ovviamente il bagno di mezzanotte.»

Il rientro a casa «Non posso negare che a malincuore ho salutato i miei amici al momento di ripartire, in città per me spesso è difficile stringere amicizia».

Conclusione. «L’estate è finita e ormai sono tornato alla mia routine, ma le emozioni che ho provato non le scorderò tanto facilmente.

Tre: passa all’azione è il momento di svolgere un tema

Una volta scelta la strategia con cui raccogliere tutte le idee per il tuo tema non ti resta che sviluppare ciascun punto in maniera efficace e coerente. In questa fase è molto importante prestare attenzione innanzitutto alle regole del tipo di testo che ti è stato richiesto. Riguardo alla stesura voglio lasciarti alcuni consigli e suggerimenti che potranno esserti d’aiuto.

  1. Utilizza correttamente tempi e modi verbali. Spesso si commette l’errore di saltare da un tempo all’altro soprattutto con i passati. Se scegli di raccontare un evento prima di tutto chiediti quanto tempo fa è avvenuto. Seleziona dunque il passato più opportuno al tuo caso e, mi raccomando, mantienilo per tutta la stesura. 
  2. Usa correttamente la punteggiatura. Il segreto è semplice. La punteggiatura nello scritto corrisponde alle pause di respirazione nel parlato, se hai dubbi rileggi con attenzione la frase e verifica di aver “preso fiato” nei punti giusti. Ultimo ma non meno importante: non separare mai con un segno di punteggiatura parole che insieme formano un unico sintagma come ad esempio soggetto e predicato.
  3. Cura la coerenza stilistica, ciò significa che per tutto il testo devi utilizzare lo stesso registro linguistico. Non ha alcun senso iniziare in maniera altisonante per poi inserire frasi eccessivamente colloquiali. Meglio una saggia via di mezzo che conferisce omogeneità al tuo tema.
  4. Attenzione alle ripetizioni. Una volta scritto il tuo tema presta molta attenzione a non aver usato troppe ripetizioni. In tal caso sottolineale con la matita e cerca poi dei sinonimi che possano sostituirle, in questo caso ti sarà di grande aiuto l’uso del vocabolario. 
  5. Non mi stancherò mai di ripeterlo: occhio alla grafia. Cosa intendo? Che la “bella” che consegnerai al tuo insegnante deve essere scritta in maniera ordinata e comprensibile senza troppe cancellature o correzioni. Cerca di scrivere utilizzando la tua migliore grafia: un compito ordinato fa tutta un’altra figura 😉
  6. Non dimenticarti di rileggere. Prima di consegnare il tema svolto ricordati di rileggere con attenzione tutto l’elaborato. Anche se lo hai ricopiato in bella potrebbe esserti sfuggito un qualche errore di ortografia o magari ti renderai conto di una frase poco efficace che necessita di qualche piccolo intervento. Spendere dieci minuti per una lettura attenta e concentrata in certi casi fa davvero la differenza!

Ora sei pronto per svolgere un tema davvero efficace

Siamo arrivati alla fine di questa guida che spero ti sia stata utile. Sul tema ci sarebbero molte altre parole da spendere e come ti ho anticipato torneremo a parlare dell’argomento affrontando via via ogni tipo di testo con le rispettive regole e caratteristiche.

Ora sei pronto per sfoderare la tua penna e metterti all’opera! Mi piacerebbe leggere nei commenti una tua opinione e soprattutto, toglimi una curiosità: quale strategia utilizzi per creare la tua scaletta?

Aspetto di leggere la tua preferita insieme con eventuali argomenti che ti piacerebbe venissero trattati nei prossimi post. Ti ricordo di tener d’occhio i contenuti scaricabili che aggiorno periodicamente e non dimenticarti di condividere l’articolo se pensi possa essere utile ai tuoi amici.

Come iniziare: supera la paura del foglio bianco

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Come iniziare: supera la paura del foglio bianco

Quando si parla di temi o saggi brevi ciò che più tormenta gli studenti è come iniziare. Il detto ci dice «chi bene inizia è già a metà dell’opera», ebbene il famoso proverbio per quanto veritiero contribuisce ad alimentare l’ansia.

Ansia, esatto. Paura delle lancette che scorrono davanti a quel foglio che rimane bianco minuto dopo minuto. Mettiamoci poi tutte le idee brillanti che iniziano a venire in mente e arricchire la scaletta del testo da scrivere ma che, senza sapere come iniziare, servono a ben poco.

Hai mai avuto paura del foglio bianco? Ti sei mai sentito bloccato con la penna in mano ma senza la più pallida idea di come iniziare il tuo tema?

Almeno ad una di queste domande hai risposto si? Allora questo post potrebbe darti qualche utile consiglio per sapere come iniziare il prossimo compito di italiano.

Come iniziare: supera la paura del foglio bianco

Come iniziare: ad ogni testo il suo inizio

Eccomi qui con un nuovo post per la rubrica Tip&Tricks. Oggi parliamo di come iniziare quando devi scrivere un tema o un saggio breve. Viste le innumerevoli volte in cui i miei studenti mi chiedono di insegnare loro come iniziare un tema ho deciso di condividere con te le linee guida per scrivere fin dalle prime righe un testo efficace e corretto. Presto troverai nella sezione dedicata ai materiali scaricabili una scheda proprio su quest’argomento con degli esempi concreti su come iniziare i vari tipi di testi. Stay tuned!

Ma torniamo a noi e al nostro foglio bianco. Prima di passare alle strategie e tecniche vere e proprie occorre fare qualche precisazione, ma niente di noioso tranquillo!

La prima cosa che devi sempre tenere a mente è che ogni testo ha un suo inizio. Che significa? Che non puoi iniziare a scrivere un tema di ordine generale come faresti per un saggio breve! Ogni tipologia testuale ha delle regole proprie che occorre rispettare ma al di là della teoria ci sono piccoli utili consigli che sono certa ti saranno d’aiuto per scrivere i tuoi testi.

Partiamo dalle basi e dunque dai testi più semplici: i temi. Anche qui occorre fare qualche distinzione. I temi infatti si distinguono fra loro a seconda dell’obiettivo che ha il testo stesso. Ecco che inizia così la sfilata dei vari tipi di testo. Apre il corteo il tema descrittivo. Lo seguono quello narrativo ed espositivo. In terza fila troviamo il tema interpretativo-valutativo. Al quarto posto cammina borioso il tema argomentativo tanto apprezzato dagli studenti. Poco dietro c’è il tema d’attualità con tutte le cattive notizie che in genere racconta. Nel penultimo posto c’è il tema di argomento storico che al momento è un po’ offeso per essere stato bannato dall’Esame di Stato. A chiudere le danze c’è infine il tema introspettivo che in punta di piedi saluta tutti e spegne la musica. Si lo so sembrano troppe e difficili. Ma non farti ingannare, non è complicato come sembra!

Come iniziare: testi scritti per tutte le classi

Voglio cominciare a tranquillizzarti dicendoti che non tutte le tipologie di cui ti ho parlato si affrontano nello stesso momento. Ovviamente esistono delle differenze dovute ai programmi specifici di ciascuna scuola ma per semplicità ti spiegherò la suddivisione più comune. Questa classificazione generale è importante perché mi permette di rivolgermi a tutti gli studenti dalle elementari alle superiori perché, ammettiamolo, tutti prima o poi sperimentano il dubbio su come iniziare a scrivere un testo. 

In genere i temi descrittivi sono quelli con i quali si fa per primi conoscenza durante le prime classi delle elementari. Seguono invece negli ultimi anni della scuola primaria i temi narrativi, quelli insomma dove la maestra ti chiede di raccontare le tue vacanze. Gli anni della scuola media sono contraddistinti dai temi di attualità, come se quel triennio in particolare non fosse già di per sé abbastanza tragico. Arrivi poi alle scuole superiori e anche qui c’è da distinguere il biennio dal triennio. Nel primo infatti i protagonisti sono i temi narrativo-descrittivi, una sorta di evoluzione più matura del tuo primo approccio con la produzione di testi. Nel corso poi del triennio le cose si complicano perché farai conoscenza delle tipologie testuali che ti accompagneranno fino all’esame di maturità. 

Come iniziare: veniamo al sodo!

Oggi non siamo qui però per approfondire nello specifico ciascuna tipologia. Parliamo solo di come iniziare. Di seguito dunque ti propongo una serie di veloci tip&tricks utili per iniziare in maniera efficace i tuoi testi. Aggiungo anche qualche raccomandazione su cosa non fare per evitare di andare incontro ad una catastrofica sfilza di correzioni.

Sei pronto? Iniziamo!

  • Non iniziare mai il tuo tema con «io». Questo consiglio vale soprattutto per i temi descrittivi. Ipotizziamo ti venga richiesto di scrivere un tema dove devi descrivere te stesso. Comincerai molto probabilmente dal tuo nome. Iniziare con «io mi chiamo» è fastidioso e ridondante per chi legge. Al verbo alla prima persona «sono» piace sentirsi indipendente, ometti dunque la persona esplicita e vai avanti con la presentazione.
  • Se devi scrivere un tema narrativo la cui consegna potrebbe richiederti di raccontare un giorno speciale, le tue vacanze o una gita fuori porta, evita di iniziare scrivendo frasi piatte. Il tuo scopo è quello di attrarre l’attenzione fin dalla prima riga. Per frasi piatte intendo quelle come «La mattina del dieci agosto sono partito per le vacanze estive…». Meglio scegliere di iniziare con quello che io chiamo “incipit ad effetto”. Un esempio di quest’ultimo potrebbe essere «Quando è finita la scuola mai avrei potuto immaginare che la mia estate sarebbe stata così incredibile».
  • Per quanto riguarda i temi espositivi, per intenderci le ricerche o le relazioni o più in generale tutti quei testi dove occorre riportare dati e informazioni su un certo argomento, hai le mani più legate. Questo però non significa che devi iniziare il tuo testo in maniera sciatta e noiosa. La regola ci dice che il testo deve strutturarsi in tre parti principali: introduzione, corpo centrale e conclusione. Utilizza dunque l’intro a tuo vantaggio presentando il problema o la questione in modo empatico e accattivante. Devi parlare del fenomeno del bullismo? Bene, dovresti evitare di iniziare con incipit del tipo: «il bullismo è un fenomeno che…», preferisci invece scrivere «Esiste da sempre, eppure negli ultimi anni il bullismo può essere considerato una vera e propria piaga della società giovanile». 
  • Saggi brevi. Qui si che c’è da sbizzarrirsi e non per nulla sono infatti i miei preferiti. Ce ne sono per tutti i gusti: artistico-letterari, socio-economici, storico-politici e tecnico-scientifici. Queste quattro famigliole sono le stesse che ritrovi anche nella prima prova dell’esame di maturità. Aggiungo un “per ora” visto che a quanto pare le modalità d’esame si trasformano con la stessa rapidità di un Animagus. Minerva McGranitt per intenderci. Torniamo ai saggi. Il grande vantaggio di questi ultimi è dato dalle fonti e dai documenti che ti vengono forniti insieme con il titolo. Grazie a questi puoi scegliere di iniziare il tuo testo con una frase in essi contenuta riportandola tra virgolette. Ti faccio qualche esempio. Ipotizziamo che tu abbia scelto di scrivere un saggio sulla violenza sulle donne. Fra i documenti seleziona ad esempio il titolo di un articolo di giornale che sia capace di conquistare l’attenzione e introdurre direttamente il lettore nel vivo dell’argomento. Ecco che avrai «Ferrara: massacra di botte la moglie che voleva lasciarlo» dalla Repubblica del 17.03.2015. Da questo poi parti per argomentare il saggio. Questa stessa tecnica la puoi mettere in atto con tutte le sottocategorie di saggi per iniziare il tuo, scegliendo fra frasi d’autore, versi di poesie, titoli di opere artistiche, insomma qualsiasi documento che troverai allegato al momento della consegna.

Che ne dici di questi semplici ma utili suggerimenti? Pensi che potrebbero esserti d’aiuto la prossima volta che verrai colto dalla paura del foglio bianco? Ricordati di farmi sapere la tua 🙂

Alcuni degli esempi che ti ho citato sono tratti proprio dal mio libro guida sulla maturità dove per ogni saggio analizzato ho ipotizzato una serie di incipit ad effetto fra cui scegliere. 

Se ti interessa l’argomento non dimenticarti di farmelo sapere nei commenti. Arriveranno presto nuovi contenuti, fra i quali alcune schede che potrai direttamente scaricare gratuitamente, che spero possano esserti utili per iniziare alla grande i tuoi temi.

Paragone: crea frustrazione e non motiva

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Paragone: crea frustrazione e non motiva

Paragone: crea frustrazione e non motiva

Il paragone è un argomento piuttosto delicato, soprattutto quando ha a che fare con la scuola.

«Ho dato lo stesso test in C e il voto più alto era 8!».

«Prendi esempio da tizio, mai una volta che non risponda alle mie domande!»

«Questa versione la A la farebbe senza battere ciglia». 

«La D si che può dirsi una classe di eccellenze!».

«Hai visto che ordinato il quaderno di Caio? Ecco come dovrebbe essere il tuo!»

Molto spesso a scuola accade che i professori facciano dei paragoni fra una sezione e l’altra o fra uno studente ed un altro con lo scopo di motivare gli studenti meno preparati.

Ti suonano familiari frasi simili? 

Paragone: crea frustrazione e non motiva

Il paragone: due facce di una stessa medaglia

Per quanto l’intenzione di alcuni insegnanti di utilizzare il paragone per scuotere gli animi degli studenti possa sembrare una buona idea, ciò che bisognerebbe secondo me tenere presente è l’effetto reale che questo atteggiamento ha sugli studenti. Esistono due differenti reazioni che i ragazzi hanno davanti al paragone con altri, siano questi compagni di classe o meno. 

La prima, più frequente e diffusa, è la sensazione di inadeguatezza e il senso di inferiorità. Questa spinosa emozione da gestire originata dal meccanismo del paragone può poi a sua volta avere diverse manifestazioni a seconda del carattere individuale di ciascuno. Ci sono ragazzi infatti che reagiscono al paragone abbassando la testa e tenendo per sé i sentimenti che questo innesca. Interiorizzandoli insomma. Oppure ci sono quegli studenti, più irruenti, che tendono a nascondere la propria insicurezza dietro risposte a tono e atteggiamenti arroganti.

La seconda modalità con cui gli studenti, e più in generale le persone, possono reagire davanti al meccanismo del paragone è l’auto-motivazione. Questa è appunto quella risposta comportamentale a cui aspirano i professori nel momento in cui utilizzano il paragone in classe. Il problema da chiarire a questo punto è il fatto che, questa seconda reazione, è molto più rara da incontrare nella realtà di tutti i giorni soprattutto fra alunni e studenti dalle elementari alle superiori. 

Ti stai chiedendo perché? Facile. Perché questa fascia d’età che possiamo estendere dai 6 ai 18 anni è un periodo estremamente delicato e multi-sfaccettato dello sviluppo psicologico ed emotivo dell’individuo. A dirlo non sono io, ma le teorie e gli studi psicologici che gettano le basi della psicologia dello sviluppo.

Il paragone: l’auspicabile effetto motivazionale 

Fin qui ti ho presentato le due possibili reazioni che uno studente come te in genere manifesta quando sente il proprio professore utilizzare il meccanismo del paragone sia nei confronti del rendimento scolastico sia per quel che riguarda l’aspetto comportamentale. 

Dimmi un po’: ti ritrovi in quanto ho scritto fin qui? Quale delle due modalità senti più vicina a te?

Prendiamo per un attimo in considerazione la seconda eventualità. La risposta emotiva insomma che dovrebbe indurre uno studente ad impegnarsi di più quando il suo professore utilizza il paragone in accompagnamento ad un giudizio sul suo compito o prestazione scolastica di qualsiasi tipo. Poco sopra ti ho detto che i ragazzi che nel concreto hanno un atteggiamento costruttivo davanti al paragone sono decisamente meno rispetto a quelli in cui si accresce il senso di inadeguatezza. Su questa minore percentuale di ragazzi l’atteggiamento di un professore o maestro che utilizza il meccanismo del paragone può davvero risultare la strategia vincente. Peccato non sia una situazione così frequente come chi fa un paragone vorrebbe. Ti racconto brevemente ciò che però in questi casi accade. Va più o meno così: immagina un professore che alla fine di un’interrogazione assegna un voto insufficiente o mediocre ad uno studente che chiameremo per semplicità Pipino. 

Sorvola sulla scelta del mio esempio, ho spiegato a lezione Carlo Magno e questo è il risultato!

Torniamo a noi. Prima di mandare Pipino a posto con il libro sotto un braccio ed il pesante verdetto nell’altra mano, il prof esordisce invitandolo ad impegnarsi di più e prepararsi meglio la prossima volta come un suo compagno. Il ragazzo, secondo le sue aspettative, dovrebbe fare di quelle parole carburante per la sua motivazione. Pipino, che appartiene alla schiera degli studenti descritti nella seconda modalità, farà tesoro del paragone. Tonato a casa si rimetterà sui libri ancor più determinato a conquistare il suo bel voto e penserà di sé: «se ce l’ha fatta tizio, ce la farò anche io!»

Dunque Pipino dopo qualche giorno alzerà la mano, sosterrà l’interrogazione di recupero, prenderà un voto più che sufficiente e ne sarà orgoglioso. Il professore da parte sua sarà felice di scrivere il giudizio positivo sul registro e sentirà di aver giocato un’ottima carta con il meccanismo del paragone. 

Situazioni come questa non sono fantascienza, accadono. Il problema su cui batte il mio martello però è che per molti reazioni al paragone di questo tipo sono avvicinabili al “e vissero felici e contenti” della fiabe.

Il paragone: la potenzialità distruttiva delle parole 

Veniamo ora a analizzare insieme l’altra faccia della medaglia. La più frequente in verità. Quella in cui uno studente reagisce al meccanismo del paragone con un annaffiatoio sulle erbacce dell’inadeguatezza e del senso di inferiorità. Due brutte bestie queste due emozioni che possono insorgere nei ragazzi anche per una predisposizione dovuta a motivi familiari non direttamente connessi con la scuola. Eppure non è raro nemmeno che sentimenti come questi affiorino in ragazzi che nel privato non provano nulla di simile ma che anzi trovano nella famiglia, così come nel proprio gruppo di amici, conforto e sicurezza.

Il punto cruciale è che per la fascia d’età degli studenti dalla prima elementare in poi, la figura del maestro e del professore può avere un’importanza fondamentale. In psicologia evolutiva addirittura si riconosce che un bambino può sviluppare nei riguardi di un insegnante quello che viene chiamato modello di attaccamento laddove la figura del maestro rappresenti un punto di riferimento costante e affettivo. Capirai dunque quanto peso potrebbero avere in questo caso le sue parole.

Immagina perciò il potenziale distruttivo che potrebbe avere il paragone sullo studente che nutre piena fiducia nei riguardi del suo insegnante. Riprendiamo allora il nostro amico Pipino, ma stavolta facciamogli rappresentare la prima categoria di studenti di cui ti ho parlato prima. Pipino sentendosi paragonato ad un suo compagno reagirà sviluppando una pericolosa catena di sentimenti negativi. Imbarazzo e vergogna se il commento viene fatto pubblicamente davanti alla classe. Inadeguatezza. Penserà di non essere all’altezza. Di non essere capace. Crederài aver deluso il professore. Di avere qualcosa che non va bene. Pipino tornerà a posto con un fardello invisibile ma parecchio pesante sulle spalle che davanti alla prossima prova scolastica lo porterà a pensare “perché provarci? Tanto non ci riesco. Tanto prenderò un brutto voto”.

Il paragone: quando le parole feriscono più di un pugno nello stomaco

Si esatto, un pugno nello stomaco. Questa è la sensazione che molti studenti provano. Alle scuole elementari soprattutto il paragone ha una portata demotivazionale assurda. Un crash nell’interiorità a cui a volte non si può mettere il collare e dare 20 giorni di riabilitazione. Un incidente emotivo che passa spesso inosservato. Così la ferita continua a sanguinare poco a poco ma costantemente indebolendo la sicurezza e l’efficacia personale e di conseguenza anche le prestazioni scolastiche.

Questa reazione al paragone può riguardare qualsiasi tipo di carattere. Risulta però estremamente pericolosa soprattuto verso quei ragazzi che hanno di per sé delle difficoltà di apprendimento. Mi riferisco ai casi, magari non ancora diagnosticati di dislessia, discalculia e simili. Ancor più deleterio risulta poi il paragone verso bambini o ragazzi con la sindrome di Asperger che hanno veri e propri problemi emotivi con la gestione della frustrazione dovuta al fallimento. Per tutti questi casi particolari di cui ti ho parlato, piuttosto che utilizzare il meccanismo del paragone sarebbe di gran lunga molto più proficuo e motivazionale elogiare l’impegno e riconoscerne gli sforzi per evitare che si manifesti nel tempo un vero e proprio rifiuto per la scuola.

Personalmente non trovo alcuna utilità nel meccanismo del paragone, anzi vedo solo il suo potenziale negativo pur riconoscendo che in alcuni casi può risultare motivazionale. Nel mio lavoro non ricorro mai al paragone per alcuni semplici ma ben definiti motivi.

Prima di tutto perché credo che per ogni studente vada fatto un discorso a sé che rende il paragone del tutto inutile come se volessi paragonare il sapore di una mela a quello di un piatto di pasta al ragù.

Secondo poi perché, oltre ad insegnare a studenti che frequentano classi all’interno del regolare percorso scolastico, lavoro con i ragazzi iscritti nei corsi di formazione professionale promossi dalle regioni contro il grave problema della dispersione scolastica. Questi sono giovani che hanno abbandonato la scuola e hanno optato per una formazione differente orientata all’acquisizione di un mestiere che li immetta direttamente nel mondo del lavoro. A loro in genere insegno italiano e grammatica fornendogli le basi essenziali della lingua che gli saranno indispensabili nel corso della loro vita. Questi ex-studenti nella maggior parte dei casi sono diventati tali proprio per via di un nascosto senso di inadeguatezza e inferiorità. Una sensazione che li ha portati letteralmente a scappare dalla scuola convincendosi di non essere in grado fino a sviluppare un categorico rifiuto per l’istruzione tradizionale molto spesso originato proprio dal meccanismo del paragone. 

Le ripercussioni e i possibili indotti negativi del meccanismo del paragone sono innegabili ai miei occhi, ma vorrei conoscere la tua opinione. Vorrei sapere se anche a te è capitato di sentirti oggetto del meccanismo del paragone e in caso affermativo cosa hai provato a riguardo. 

Dalle medie alle superiori: la paura del cambiamento

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Dalle medie alle superiori: la paura del cambiamento

 

Dalle medie alle superiori: la paura del cambiamento

Come ogni cambiamento che si rispetti anche il passaggio dalle scuole medie alle superiori spaventa e porta con sé una serie di difficoltà. Qui mi riferisco ad un preciso momento della vita degli studenti ma in realtà potrei fare lo stesso discorso per chi quest’anno ha iniziato la prima media. Lo stesso vale anche per i più piccini della prima elementare. E non si possono tralasciare nemmeno le nuove matricole universitarie. Per questo motivo, anche se oggi voglio parlare ai ragazzi che sono appena passati dalle medie alle superiori, in realtà è come se stessi parlando a tutti coloro che lo scorso settembre hanno dato inizio ad una nuova avventura.

Dalle medie alle superiori e non solo

Parlando del passaggio da una scuola all’altra, qualunque questa sia, la costante è sempre la medesima: tutto cambia. O quasi. Si ok, è bellissimo cambiare, crescere ed evolversi, ma chiamiamo le cose con il loro nome almeno qui che nessuno ci giudica. Doversi adattare e rimodellare per un nuovo contesto è un processo d’adattamento molto delicato e difficile. E sfido chiunque a sostenere il contrario! L’adattabilità all’ambiente è una delle prime peculiarità che l’uomo ha sviluppato per sopravvivere in natura e fin qui: grazie nonno Darwin!

Ma per gestire tutta la serie di implicazioni che i cambiamenti portano con sé non ci è stato dato alcun libretto delle istruzioni. Questo però non significa che te la devi cavare da solo arrancando e in alcuni casi vivendo il cambiamento con uno zaino pieno di nuovi libri e astucci di malumore. Se è l’esperienza che può aiutare chiunque, e perciò anche te, a vivere il più serenamente possibile questo rito di passaggio tanto entusiasmante quanto terrorizzante, ben vengano i consigli di chi c’è già passato. Non si tratta della lista dei “ 5 modi per sopravvivere al passaggio dalle medie alle superiori”. No, non oggi almeno. Ciò che invece mi preme fare è creare un piccolo ma accogliente salotto dove tutti possano accomodarsi, prendere un pasticcino e raccontare la loro storia.

Dalle medie alle superiori: la paura del cambiamento

Dalle medie alle superiori: i cambiamenti non sempre sono piacevoli

Uno degli atteggiamenti che personalmente più mi fanno arrabbiare è quel modo superficiale e pre-formato con cui alcuni si rivolgono agli studenti che passano dalle medie alle superiori dando per scontato che si debba essere contenti e spensierati.

È per caso capitato anche a te? 

Cominciamo col dire che giudicare le emozioni altrui non è mai, in nessun caso, una mossa vincente. Ma in questo contesto specifico, vista la delicata età in cui si devono affrontare questi cambiamenti come il passaggio dalle medie alle superiori e simili, direi proprio che frasi del genere hanno l’effetto di un freno a mano tirato in autostrada. Personalmente non ho avuto l’onore di prendere un tè in stile Alice nel paese delle meraviglie né con un bruco, né con una farfalla. Però se noi due avessimo potuto farlo, di certo loro ci avrebbero potuto fornire la loro esperienza pre e post cambiamento.

Che poi mi chiedo, ma avranno memoria le farfalle del loro essere state bruchi? Insettologi a rapporto, delego a voi questa domanda che io proprio non me ne intendo!

Ma torniamo a noi e, visto che ormai la scuola è iniziata da circa un mese, possiamo fare il punto della situazione. 

Dalle medie alle superiori: riportatemi indietro!

Ti è capitato nel corso dell’ultimo mese di desiderare intensamente poter tornare indietro? Ovviamente spero di no e c’è da dire che non è fantascienza affrontare bene e con il sorriso un cambiamento come quello dalle medie alle superiori. Strizziamo l’occhio e pollice in sù dunque ai campioni dell’adattamento in stile camaleonte. Qui però occorre dare spazio a tutti voi che avete trascorso gli ultimi circa trenta gironi con un peso sul cuore e sullo stomaco. Fin dal primo giorno la differenza dalle medie alle superiori è ben chiara e visibile ai tuoi occhi. Nella maggior parte dei casi la scuola stessa come edificio è cambiata e questo significa dover imparare a muoversi in un nuovo spazio.

Dove sarà la mia classe? E il bagno come lo trovo? E se mi dimentico da dove si passa?

Ti sei mai fatto domande simili?

Questo primo problema è tanto più pressante quanto più grande è la scuola, nei piccoli o medi centri, ti assicuro che nell’arco di qualche giorno avrai già memorizzato tutte le informazioni che ti occorrono.

Ma facciamo un attimo un passo indietro al momento della campanella. È probabile che molti ragazzi come te abbiamo dovuto salutare compagni e amici che hanno scelto un diverso indirizzo di studi. Questa è una difficoltà molto comune soprattutto perché gli studenti che affrontano il passaggio dalle medie alle superiori di cui esiste un alto numero di orientamenti didattici. Nei casi migliori hai ancora accanto qualcuno dei tuoi vecchi amici oppure hai la capacità di fare presto nuove amicizie. 

Ma se così non fosse? Come affrontare una nuova scuola con nuovi compagni e un carattere timido ed introverso con cui fare i conti ogni giorno?

Ecco che a questo non pensano tutte le persone che si aspettano di vederti sempre felice e allegro per l’ingresso nella nuova scuola. 

Avrai ormai capito che qui sei libero di dare sfogo alle paure e alle insicurezze che il passaggio dalle medie alle superiori ha portato con sé. Come ti ho anticipato poco sopra questo post non è dedicato alle strategie o ai metodi per affrontare il cambiamento. 

Magari ne parliamo la prossima volta, che dici? 

Ciò che invece mi preme oggi tu tenga a mente è l’importanza di parlare dei disagi che stai affrontando. Parlare in famiglia, con gli amici e se vuoi scrivi qui sotto nei commenti. Non importa con chi, l’importante è che lo fai e con le persone giuste in grado di ascoltarti. Se sei particolarmente timido forse questa sarà una grande prova da affrontare ma non dimenticare il potere della comunicazione. Per raccontarti non devi per forza usare le parole se questo ti crea disagio. Scrivi una canzone. Dipingi. Disegna. Scrivi una lettera alla persona con cui vorresti sfogarti. Fai ciò che più ti rispecchia ma non tenerti tutto dentro. Soprattutto non lasciarti sopraffare dallo stress e dall’ansia.

Il passaggio dalle medie alle superiori infatti porta spesso con sé la presa di coscienza di un programma didattico ben più difficile ed impegnativo da apprendere. C’è poi la competitività con i compagni da gestire per non parlare del rapporto da costruire con dei nuovi insegnanti che non ti vedono più come un bambino. Tutte queste componenti hanno una loro importanza. Possono accompagnarti lungo lo splendido percorso dell’adattamento o, se non affrontate, possono appesantire quelli che potenzialmente potrebbero essere i tuoi anni migliori. 

Ho parlato abbastanza per oggi, lascio a te lo spazio di dar voce ai tuoi disagi o ai successi che hai raccolto fin qui. Ti ricordo che se vuoi raccontarmi la tua storia privatamente trovi tutti i miei contatti cliccando qui! Come promesso arriverà presto un post più pratico e meno chiacchiericcio su come affrontare il passaggio dalle medie alle superiori. Qualche consiglio e strategia sono sempre i benvenuti, giusto?

A presto e non dimenticare di condividere con i tuoi amici se pensi che qualcuno accanto a te stia vivendo questo disagio.

Dislessia: una settimana per accendere il potenziale

Settimana della dislessia: accendiamo il potenziale

Settimana della dislessia

Dal 1 al 7 ottobre, si è svolta in tutta Italia la terza edizione della settimana della dislessia. L’intero stivale si è mobilitato in merito organizzando eventi ed incontri grazie al lavoro intenso portato avanti ormai da anni dall’Associazione Italiana Dislessia: l’AID.

Settimana della dislessia: il potenziale da accendere

Sono stati sette giorni in cui tutti i dislessici si sono sentiti riconosciuti. Messi a fuoco non solo da chi di dovere ma anche da quella grande fetta della popolazione a cui spesso manca sensibilità all’argomento. Il lavoro portato avanti dall’AID e dall’EDA, l’Associazione Europea Dislessia, è ammirevole e innegabile. Eppure, come per molti altri temi delicati, non è sufficiente la sola azione degli enti ufficialmente votati ad una determinata causa. Ciò che occorre per fare una tangibile differenza è che vengano coinvolti, se ne interessino e si attivino anche coloro che fino a questo momento si sono tenuti in disparte. 

Settimana della dislessia: si parte dalla sensibilizzazione

Sono state circa 300 le istituzioni che hanno collaborato al progetto dell’AID nell’organizzazione e realizzazione della settimana dedicata alla dislessia. Nel corso della mattinata le classi sono state accompagnate dai professori nelle sedi predisposte per gli incontri e nel pomeriggio i dibattiti sono stati aperti al grande pubblico. I due elementi sui quali si è focalizzata la lente d’ingrandimento dell’AID sono stati il potenziale dei ragazzi dislessici e la collaborazione necessaria per farlo emergere nella quotidianità. 

Un concetto che stresso spesso, trovandomi a stretto contatto con ragazzi dislessici nel corso delle mie lezioni, è quello relativo alla profonda differenza che intercorre fra dislessia, o BES in generale, e intelligenza. Ancora oggi alcuni tendono a correlare la presenza di bisogni educativi speciali, categoria di cui la dislessia fa parte, ad minore quoziente intellettivo rispetto al trend ritenuto “normale”. Niente di più sbagliato. Eppure ancora oggi è innegabile che vi siano coloro che tendono a confondere queste due variabili profondamente distanti fra loro. 

Settimana della dislessia: accendiamo il potenziale

Dislessia: l’arte di superare insieme le difficoltà

Grazie ad eventi come la settimana della dislessia finalmente si comincia a parlare sempre più della realtà che ogni giorno vivono le persone dislessiche. Una quotidianità che, laddove non si intervenga tempestivamente, è caratterizzata da difficoltà, paure e senso di inadeguatezza. L’AID non poteva individuare immagine più adatta della grande lampadina posta al centro della locandina dedicata all’evento.

Come il caro vecchio Archimede a cui le idee si accendevano ancor prima della scoperta di Thomas Edison nel 1878, i dislessici hanno il diritto di usufruire di quella buona e rassicurante mano che gli consenta di far esplodere il loro potenziale in un arcobaleno di genialità che non deve in alcun modo essere più frenata dalla mera difficoltà pratica che si manifesta nella quotidianità.

La grande differenza che tutt’oggi intercorre fra uno studente dislessico ed uno che non lo è sta proprio nelle diverse possibilità di riuscita. Un’immagine che mi viene sempre in mente in questo caso è quella di due auto di uguale modello, cilindrata e carburante che devono raggiungere una stessa meta. La differenza è che alla prima si permette di passare per l’autostrada a scorrimento veloce mentre all’altra si assegna un percorso accidentato in terra battuta con fossi, dossi e innumerevoli curve. 

Sarai d’accordo con me nel riconoscere che il diverso orario d’arrivo dei due automobilisti non ha niente a che vedere con la loro abilità di piloti. 

Dislessia: dalla collaborazione all’inclusione

Sulla collaborazione si è ampiamente espressa l’AID. Oltre ai sette giorni dedicati alla dislessia, l’associazione porta avanti la sua campagna di sensibilizzazione per la collaborazione fra tutti i soggetti coinvolti. In realtà in tutti i casi di BES la collaborazione fra insegnanti, genitori e medici incaricati della diagnosi è fondamentale. In linea di massima si può infatti riconoscere un ricorrente modello di riconoscimenti di tutti i disturbi specifici dell’apprendimento che parte dalle aule.

Il motivo è dovuto essenzialmente a due fattori. In primis perché è proprio nell’incontro-scontro con la scuola che emergono le difficoltà difficilmente riconoscibili prima della prima elementare. Il momento insomma in cui bambini ancora non sanno leggere, né scrivere, né manipolare il sistema numerico. Secondo poi perché la figura dell’insegnate ha una formazione che gli permette di individuare i campanelli d’allarme utili alla diagnosi anche se non ha una competenza specifica in ambito psico-educativo.

Fin qui la mia riflessione risulta in totale sintonia con i propositi dell’AID. Ciò che mi sento di aggiungere è invece un ulteriore punto di vista sull’inclusione oltre quello relativo all’apertura del dialogo. 

Secondo la mia esperienza ciò di cui avrebbero bisogno gli studenti con BES, e in questo caso specifico i dislessici, è un inclusione volta alla normalizzazione della loro condizione sia nei rapporti con professori sia nel confronto con i compagni.

Dislessia: il vantaggio della normalizzazione

La presenza di dislessici nelle aule è innegabile e sempre meno una rarità, ecco perché sarebbe un vero vantaggio per i ragazzi interessati sentirsi quanto più normalizzati possibile per poter usufruire senza paura né vergogna degli strumenti a loro utili e maturare di giorno in giorno una maggiore sicurezza nelle loro capacità e possibilità di riuscita. 

Un esempio? Nessuno al giorno d’oggi nella scuola di qualsiasi ordine o grado vedrebbe come “anormale” un ragazzo che porta gli occhiali. Un tempo capitava di venire additati e ridicolizzati, ma ora questi sono diventati quasi un accessorio di moda e stile e viene visto come normale indossarli sia a scuola sia nel tempo libero.

Lo stesso sta accadendo per l’apparecchio. Il sorriso metallico sempre meno spesso crea imbarazzo e lo si può vedere anche negli idoli della tv o del cinema. Sono convinta che se anche la condizione di dislessico o di portatore di qualsiasi altro tipo di BES venisse normalizzata maggiormente, i ragazzi si sentirebbero molto più liberi di usufruire in classe degli strumenti a loro utili. Molti infatti provano una vergogna tale che li spinge a rifiutare di utilizzarli in aula e si limitano a farlo solo nascosti fra le mura di casa. Al contempo sentirsi meno diversi, andrebbe di sicuro a ridurre il sentimento di inadeguatezza e inferiorità che purtroppo spesso li accompagna. 

Dalla settimana della dislessia alle giornate di sensibilizzazione

Detto ciò voglio condividere con te una mia personale riflessione più generale ma in qualche modo collegata con il discorso sulla settimana della dislessia. Vengono indette sempre più giornate di sensibilizzazione nazionali o mondiali sulle più svariate questioni. 

Dalla giornata dedicata ai malati oncologici a quella di sensibilizzazione verso gli autistici. Dalla giornata per i disabili al fiocchetto lilla dei disturbi alimentari. Da quella contro la violenza femminile alle ventiquattrore dedicate alla sindrome di Down. 

Potrei continuare e l’elenco, credimi, sarebbe infinito e comprenderebbe gli argomenti più disparati. Ciò che invece mi preme fare è invitarti ad una riflessione più sottile. Non basta un giorno. Non basta una settimana. Presa coscienza dell’esistenza di una qualsivoglia condizione occorre che ognuno di noi faccia qualcosa di tangibile. Non è sufficiente parlarne o pensarci per un solo giorno all’anno per alleggerirci la coscienza. 

Ogni ente si impegna 365 giorni l’anno nei confronti del proprio campo di interesse, così come l’AID. Perché noi altri dovremmo limitarci a sentirci più sensibili per un solo giorno? Queste giornate o settimane dedicate devono servire ad accendere una fiammella, ma tocca poi al singolo far sì che questa non si spenga. 

L’eccesso di plastica sul pianeta continuerà ad essere un grave problema se ci limitiamo a pensarci solo quando vediamo una campagna di sensibilizzazione lanciata da Marevivo o da Greenpeace. Chi soffre e muore a causa dei disturbi alimentari ogni giorno continuerà a farlo anche al di là del 15 marzo. I genitori di bambini che soffrono, gli ammalati di patologie rare, i disabili, i poveri, gli anziani, tutti loro combattono ogni giorno la loro personale battaglia. Ciò che ognuno di noi potrebbe fare di davvero costruttivo è utilizzare le giornate dedicate per sensibilizzarsi davvero su un argomento. Ovviamente non possiamo impegnarci su tutti i fronti, ma se ciascuno lo facesse almeno in qualche direzione, sono certa che nel tempo potremmo cominciare davvero a raccogliere i frutti dell’intenso lavoro portato avanti dalle associazioni ogni giorno.

C’è una giornata di sensibilizzazione a cui ti senti più legato?

Tu cosa fai per dare il tuo contributo? 

Non servono grandi imprese, a volte basta solo decidere di compiere un piccolo gesto.

A volte è sufficiente solo prestare attenzione e allenare l’empatia.

Università: il primo giorno di una nuova vita

Università: il primo giorno di una vita

Università: il primo giorno di una nuova vita

Molto spesso quando lavoro con i ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori ad un certo punto salta d’obbligo fuori l’argomento università. Le domande che mi vengono rivolte sono le più disparate ma potrei senza troppe incertezze selezionare le più ricorrenti.

Ma come faccio a scegliere l’università giusta per me?

Davvero è tutto diverso all’università?

Come posso prepararmi ai test di ammissione?

A queste poi si accompagnano i dubbi e le paure.

Sarò in grado di superare gli esami all’università?

E se i colleghi saranno più preparati di me?

Ho paura di non riuscire ad ambientarmi.

Non ci provo nemmeno, sono sempre andato male, non sono portato.

Vorrei tanto, ma non mi sento all’altezza dell’università.

E se dovessi fallire?

Il più bel salto nel buio che tu possa fare

Se anche tu ti sei posto almeno una volta una delle domande qui sopra o vivi sulla tua pelle la paura del cambiamento dalle superiori all’università, ho qualcosa da dirti che potrebbe aiutarti a fare chiarezza.

Inizio col dire ciò che mai mi stanco di ripetere ai miei studenti. L’università è tutta un’altra cosa rispetto alle superiori. Sia che la tua esperienza alle superiori sia stata positiva sia che al solo pensiero di questi ultimi cinque anni ti vengano i brividi sulla schiena, sappi che l’università è davvero tutto un altro mondo.

La caratteristica che più sta a cuore agli studenti circa l’argomento università è senza dubbio la maggiore oggettività di giudizio rispetto alle scuole superiori. All’università infatti è molto più difficile che si creino antipatie o simpatie che spesso emergono nel corso della scuola secondaria. Nessuna colpa, siamo esseri umani ed è naturale che stando a stretto contatto ogni mattina in una classe limitata numericamente si crei un rapporto ben più stretto fra professore e studente rispetto a quello che può nascere con un docente universitario.

Se sei particolarmente affiatato con i tuoi professori questo potrebbe apparirti come un lato negativo dell’università che si bassa maggiormente sulla costruzione di rapporti impersonali. Ma ipotizziamo che al contrario tu abbia alle spalle una collezione di difficili rapporti con i prof delle superiori, vuoi per incompatibilità di carattere, vuoi perché sei stato tacciato di mediocrità e ti sei sempre sentito poco capito, allora l’oggettività dell’ambiente universitario potrebbe essere la svolta della tua carriera accademica. 

Università: il primo giorno di una vita

Un biglietto di sola andata per il futuro

L’università rappresenta, un po’ come accade nel passaggio dalle scuole medie alle superiori, un vero e proprio rito di passaggio nella vita di uno studente. Tutto cambia. Si modifica in primis la tua percezione dell’istruzione. Prima di tutto sei tu a scegliere l’ambito di formazione e questo ti porta ad innalzare in maniera significativa la motivazione a stare sui libri. Cresce in te la percezione tangibile che “stai studiando per te stesso” cosa che risulta ben più difficile da maturare nel corso delle scuole superiori. Ogni successo accademico viene accolto con un grado di soddisfazione maggiore dato appunto da quell’oggettività di cui ti ho parlato prima. Ovviamente può accadere di dover preparare un esame noioso o poco piacevole, così come potrebbe capitarti di prendere un brutto voto o addirittura dover ripetere una prova, ma anche le difficoltà all’università hanno tutto un altro sapore rispetto a ciò che hai vissuto finora.

Uno degli aspetti più importanti della scelta di proseguire gli studi all’università è la percezione di essere finalmente tu a costruire il tuo futuro. Vero è che nella strada verso ciò a cui aspiri le superiori giocano un ruolo fondamentale ma tangibilmente è solo negli anni dell’università che raggiungi un grado di consapevolezza maggiore e riesci effettivamente a conoscerti. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, prende corpo nella tua mente l’immagine sempre più nitida di chi o cosa vuoi essere nel futuro.

L’ambiente universitario è fondamentale per questa tua crescita interiore. Nuovi stimoli, nuove scoperte, l’essere ancora studente ma in un mondo di adulti dove insieme a nuove responsabilità di affacciano nella tua vita una valanga di esperienze e occasioni delle quali non avevi idea. Ma soprattutto vieni finalmente riconosciuto come adulto e non ti senti più sminuito nelle tue idee e opinioni con la classica affermazione “sei ancora un ragazzino”.

Ad ogni tappa le proprie responsabilità

Crescere significa anche prendersi nuove responsabilità e l’università non fa eccezione. Insieme con una valigia di esperienze e aspetti positivi è certo che l’accesso all’università comporta anche una presa di coscienza da parte tua. Attenzione però a non attribuire al concetto di responsabilità una valenza negativa! Ti dico questo perché fin troppo spesso vedo sbuffare i ragazzi difronte alla parola, a quanto pare terribile, “responsabilità”. Credo che alla base di questo pregiudizio ci sia una cattiva informazione ed interpretazione di cosa realmente significhi.

Prima di tutto lasciatelo dire, prendersi le proprie responsabilità va ben oltre il dover ammettere di aver fatto una marachella, questa infatti è in genere la percezione che ne hanno i più giovani. La responsabilità invece può rappresentare una vantaggiosa conquista di libertà. Mi sembra di vederti perplesso e scettico, aspetta di faccio qualche esempio! Prendersi la propria responsabilità negli anni dell’università significa soprattutto sapersi organizzare lo studio non avendo la classica scadenza dei compiti per il giorno dopo. Se però lo si fa con coscienza e lungimiranza questo ha un sacco di risvolti positivi. Non esiste una regola generale per tutti. Ognuno trova il metodo che più gli si addice, ci sono infatti studenti che iniziano a studiare fin dai primi giorni di corso ed altri che invece si buttano a capofitto quindici giorni prima di un esame. Io personalmente appartenevo più alla prima schiera.

Quando ho frequentato i corsi della mia prima laurea ero esclusivamente una studentessa, non dovevo lavorare o adempiere ad altri impegni impellenti perciò ragionavo sul fatto che proprio lo studio fosse il mio lavoro. Ho frequentato l’università in una città diversa da quella dove vivo, ma non così distante. Questo mi consentiva ogni fine settimana di poter rientrare a casa per stare con la famiglia e con gli amici. Il desiderio di staccare la spina nel weekend mi ha portata a concentrare il mio impegno nei primi 4 o 5 giorni della settimana giostrandomi fra le lezioni e la cosiddetta “vita da biblioteca”.

Non pensare però che la mia fosse una vita piatta e noiosa, tutt’altro! In facoltà avevo il mio gruppo di amici con i quali condividevo il tavolo di studio che colonizzavamo nella prima mattina e che restava “nostro”fino a sera. Tra una lezione e l’altra, le pause caffè e il pranzo avevamo sempre quello come punto di riferimento ottimizzando in questo modo i tempi. Aver deciso di dedicare buona parte della settimana allo studio mi permetteva di lasciare i libri chiusi nel fine settimana.

Due giorni in cui potevo dedicarmi esclusivamente ai miei interessi e solo la settimana prima di un esame mi è capitato di prendere in mano i libri il sabato o la domenica ma senza comunque dover rinunciare a nulla. Questa totale libertà di due o tre giorni era un miraggio negli anni del liceo. Le verifiche e le interrogazioni del lunedì o la necessità di portarmi avanti per evitare di impazzire durante la settimana non mi permettevano pause di questo tipo. Ecco perché ti dico che per me assumermi la responsabilità di dedicarmi allo studio nei giorni in cui ero fuori sede ha rappresentano la possibilità di avere come minimo sempre due intere giornate da dedicare a me stessa.

Conosci te stesso

Se non hai studiato greco forse non saprai che proprio da questa incredibile lingua deriva il famoso detto “conosci te stesso”. Ecco un’altra delle magie che l’università sa fare. Cambiare ambiente ed evolverti, incontrare nuove persone, abbandonare il tradizionale rapporto subordinato studente-professore ed entrare il un universo ben diverso come quello dell’università è un passo di fondamentale importanza per conoscerti in profondità.

Senza che tu ci metta alcun tipo di impegno particolare sentirai maturare dentro te stesso nuove consapevolezze. Imparerai a farti un’idea molto più personale e meno influenzata dall’ambiente sul tuo futuro e annaffierai di acqua pulita le tue aspirazioni e progetti. Ma soprattutto farai una diretta esperienza di cosa sei. Capirai quali sono i tuoi punti forti e avrai sempre più le idee chiare su chi o cosa vuoi diventare nel tuo futuro. Durante gli anni delle scuole superiori non si ha uno sguardo interiore abbastanza vasto da poter vedere tangibilmente le proprie mete anche se è pur vero che c’è chi ha fin da subito un progetto di vita ben delineato.

Nella maggior parte dei casi però è proprio durante gli anni dell’università che si raggiunge, passo dopo passo ed in maniera del tutto naturale, una visione più chiara e delineata del proprio futuro questo accade non solo per la fisiologica crescita di quegli anni ma grazie anche a quelle responsabilità di cui abbiamo già parlato. In tutta questa meravigliosa metamorfosi verso la migliore versione di te stesso giocano un ruolo importante anche i rapporti e le relazioni. Conoscere nuove persone, sperimentare un diverso rapporto con le figure di formazione, i docenti, e rapportarsi con chi è del tutto privo di qualsiasi pregiudizio o pregressa opinione su di te, ti permette di costruire piano piano tu stesso per primo una nuova e ben più veritiera immagine di te. 

Si è capito che per me gli anni dell’università sono stati i migliori? E tu cosa ne pensi, non vedi l’ora o ne sei terrorizzato? Quali paure punzecchiano i tuoi pensieri? 

Fammi sapere che pensi al riguardo e parliamone insieme. Lasciami nei commenti qui sotto tutte le domande che affollano la tua mente e le questioni sulle quali vorresti una maggiore chiarezza.  

Maturità 2019: è un buon cambiamento?

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Maturità 2019: è un buon cambiamento?

Maturità 2019: è un buon cambiamento?

Negli ultimi mesi si fa un gran parlare delle novità previste per la maturità 2019. Studenti e professori si interrogano sulla nuova prassi che dal prossimo giugno cambierà la formula dell’esame di Stato. La domanda che aleggia nell’aria e che divide le opinioni è abbastanza intuitiva: è davvero un “buon” cambiamento?

La scuola che cambia nel “vecchio” Paese

Avrai di certo sentito etichettare l’Italia con l’appellativo di buon “vecchio” Paese. Si tratta di un simpatico, e a tratti sarcastico, modo di sottolineare quanto sotto alcuni aspetti l’Italia non sia incline al cambiamento e all’innovazione. Non c’è bisogno di aprire grandi dibattiti, basta pensare a ciò che hai letto fin dalle scuole inferiori sui tuoi libri di storia e letteratura. Ogni volta che si parla di una nuova corrente, artistica, letteraria o filosofica, la storia è sempre la stessa “giunta in Italia in ritardo rispetto al resto d’Europa”. Sono certa che avrai letto frasi simili centinaia di volte e probabilmente, come anch’io ho fatto, avrai esordito con un “e te pareva!”

Ebbene si, molto spesso il nostro stivale ha dovuto arrancare per star dietro alle tendenze mondiali e gli esempi che ti ho fatto poco sopra sono davvero solo i più frequenti e citati. La diffidenza italiana al cambiamento ha interessato e tutt’ora colpisce le più svariate tematiche, dalle tendenze della moda alle innovazioni tecnologiche. Ma che c’entra la scuola con tutto questo?

Maturità 2019: è un buon cambiamento?

La scuola italiana tra stasi e cambiamento

In questo articolo non voglio concentrarmi tanto sulle novità pratiche che riguarderanno la maturità 2019. Piuttosto voglio riflettere insieme a te su quanto questo cambiamento sia o meno positivo.

In rete da mesi ormai girano articoli inerenti le modifiche riguardo le prove d’esame, l’assegnazione dei punteggi e il tema “caldo” degli invasi e sono certa che se sei un maturando avrai già scrollato le pagine web con curiosa preoccupazione. Ciò che però sarebbe davvero interessante chiedersi è cosa ne pensino i diretti interessati: gli studenti. Tu.

Su questo devo dire di non aver letto granché. Come al solito mi rattrista sempre un po’ notare quanto, troppo spesso, si tralasci l’opinione dei ragazzi che direttamente vivono e subiscono le decisioni dei piani alti. C’è poi un altro aspetto, secondo me interessante, da prendere in considerazione. Accanto ai più o meno frequenti cambiamenti che negli ultimi 30 anni hanno riguardato l’esame di maturità e più in generale la scuola superiore, c’è una totale paralisi di altri sotto-settori del sistema scolastico.

Questo non è che l’ennesimo cambiamento nella strutturazione della maturità, non è poi così difficile ricordare le precedenti trasformazioni dal punteggio in sessantesimi a quello in centesimi. Si è inoltre visto il cambio della guardia delle commissioni da esterna a interna a mista. Dal portare due sole materie si è giunti alla verifica orale su tutte le discipline per arrivare poi a quelle “nominate” dal Ministero che le annuncia in genere nel mese di gennaio manco fossimo al serale di un reality show.

A questo punto mi chiedo quanto siano efficaci e positivi tutti questi cambiamenti. Mi domando quanto realmente servano a migliorare la scuola italiana o se siano solo il risultato della ricerca della giusta formula. La situazione mi ricorda un pò quando non ricordi bene la ricetta della nonna e azzardi dosi e ingredienti sperando di trovare per tentativi la combinazione perfetta. Non sta di certo a me decidere se questa riforma per la maturità 2019 sia la formula di un “gustoso” esame di Stato. La mia prova l’ho già affrontata molti anni fa quando con la mia maglietta verde speranza della Benetton, i jeans e le immancabili All Stars beige dei miei 18 anni mi sono accomodata davanti alla commissione schierata a ferro di cavallo. Chi deve oggi esprimersi sulla questione sei proprio tu che in questo, o nei prossimi anni scolastici, utilizzerai su Instagram l’hashtag #maturandi. 

Ma è davvero una “buona” scuola?

Sono sempre più convinta che a dire quanto “buona” sia la scuola debbano essere gli studenti. Proprio per questo mi piacerebbe mi lasciassi nei commenti il tuo parere sulla questione! Per me sarebbe molto interessante leggere il tuo punto di vista. Ancora più utile credo possa essere un vero e proprio dibattito tra studenti che indubbiamente potrebbero avere diverse opinioni in merito.

Non posso portarvi tutti in una sala del Ministero per discutere la riforma della maturità 2019 è vero. Posso però mettervi a disposizione questo mio salotto virtuale dove siete liberi di dire la vostra qualunque questa sia purché lo si faccia in toni educati e costruttivi! Prima però di passarti la palla  voglio lanciarti un altro spunto sul quale riflettere. Proviamo per un attimo a immaginare la scuola, ed in generale il sistema di istruzione italiano come un grande albero. A pochi chilometri da me c’è uno splendido parco con delle querce secolari dove da bambina, e non solo, amavo arrampicarmi e giocare. 

Come saprai le querce sono piante estremamente forti e resistenti. Se studi il latino sono sicura che ti verrà in mente la declinazione di vis, roboris! Proprio per la loro grande robustezza non sono solite aver bisogno di grandi interventi di cura ma per spiegarti il mio pensiero voglio chiedere aiuto al mondo della botanica.

Torniamo dunque al nostro esempio. Immaginiamo che tu abbia una piantina che ha bisogno di essere rinvigorita e curata perché ultimamente sembra che non riesca ad assorbire dal terreno i nutrimenti che le occorrono. Per poterglieli fornire tu così da restituire quel ben colore verde brillante alle sue foglie e darle la possibilità di crearne di nuove dove interverrai? Sulle radici o sulle foglie?

Io non sono un granché con le piante lo ammetto ma la mia saggia mamma fin da bambina mi ha insegnato i fondamentali per non fare del mio balcone un cimitero della clorofilla. Personalmente controllerei il terreno, verificherei che fosse abbastanza umido e partirei con il nutrire la pianta proprio dalle radici. Solo così infatti in breve tempo si potranno osservare gli effetti sull’aspetto delle foglie! Sei d’accordo con me?

Fammi indovinare, ti stai chiedendo che c’entri tutto questo con la scuola!

Te lo spiego subito. Proviamo a mettere in relazione le due cose. Fingiamo che all’estremità delle radici immerse nel terreno si possa collocare la scuola d’infanzia, mentre ai rami più alti assegniamo l’intero sistema della formazione universitaria e specialistica. Fatto? Bene, ora prendi un paio di guanti da giardinaggio e vieni con me ad osservare la condizione della nostra scuola-piantina.

Da bravi giardinieri quali siamo dovremmo preoccuparci di intervenire sulle radici nutrendo la pianta attraverso il terreno, rinvasandola magari o semplicemente aiutandola con i concimi e nutrienti più adatti. Così facendo molto probabilmente nel giro di qualche giorno le nostre foglie tornerebbero ad essere verdi e brillanti. Diverso sarebbe se, ignorando lo stato del terreno, ci preoccupassimo solo di spostare la pianta di qua e di là o ci mettessimo a lavare le foglie più estreme una ad una. In questo secondo caso sono abbastanza convinta che in breve tempo il vaso resterebbe vuoto. Con la scuola vale lo stesso ragionamento. Il punto centrale della questione  non è tanto chiedersi quanto “buona” sia la riforma 2019, quanto piuttosto se tutti questi interventi siano davvero incisivi sul miglioramento del sistema d’istruzione. 

Maturità 2019 e non solo: la tua opinione conta

Spero di averti almeno strappato un sorriso con il mio esempio vegetale, ma il messaggio credo sia passato ugualmente. Non sta a me dire se la nuova riforma della maturità sia migliore o peggiore della precedente. Posso però dirti che non credo fosse prioritario questo tipo di intervento dinanzi a ben altri problemi della scuola italiana. Nel corso del tempo ti terrò aggiornato con le novità pratiche circa la maturità 2019. Se vorrai potrai prepararti con l’aiuto dei miei consigli e materiali all’esame ma in questo articolo l’intento era prettamente quello di fare una riflessione sullo stato delle cose.

Oltre la riflessione però ciò che davvero conta è essere propositivi, per questo motivo ti chiedo di dire la tua che qui in casa mia è sempre bene accetta!

Che ne pensi della nuova riforma per la maturità?

E tu, cosa cambieresti della scuola italiana?

Aspetto di leggere il tuo parere e le tue considerazioni! Dopotutto la scuola senza studenti non esisterebbe!