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Come iniziare: supera la paura del foglio bianco

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Come iniziare: supera la paura del foglio bianco

Quando si parla di temi o saggi brevi ciò che più tormenta gli studenti è come iniziare. Il detto ci dice «chi bene inizia è già a metà dell’opera», ebbene il famoso proverbio per quanto veritiero contribuisce ad alimentare l’ansia.

Ansia, esatto. Paura delle lancette che scorrono davanti a quel foglio che rimane bianco minuto dopo minuto. Mettiamoci poi tutte le idee brillanti che iniziano a venire in mente e arricchire la scaletta del testo da scrivere ma che, senza sapere come iniziare, servono a ben poco.

Hai mai avuto paura del foglio bianco? Ti sei mai sentito bloccato con la penna in mano ma senza la più pallida idea di come iniziare il tuo tema?

Almeno ad una di queste domande hai risposto si? Allora questo post potrebbe darti qualche utile consiglio per sapere come iniziare il prossimo compito di italiano.

Come iniziare: supera la paura del foglio bianco

Come iniziare: ad ogni testo il suo inizio

Eccomi qui con un nuovo post per la rubrica Tip&Tricks. Oggi parliamo di come iniziare quando devi scrivere un tema o un saggio breve. Viste le innumerevoli volte in cui i miei studenti mi chiedono di insegnare loro come iniziare un tema ho deciso di condividere con te le linee guida per scrivere fin dalle prime righe un testo efficace e corretto. Presto troverai nella sezione dedicata ai materiali scaricabili una scheda proprio su quest’argomento con degli esempi concreti su come iniziare i vari tipi di testi. Stay tuned!

Ma torniamo a noi e al nostro foglio bianco. Prima di passare alle strategie e tecniche vere e proprie occorre fare qualche precisazione, ma niente di noioso tranquillo!

La prima cosa che devi sempre tenere a mente è che ogni testo ha un suo inizio. Che significa? Che non puoi iniziare a scrivere un tema di ordine generale come faresti per un saggio breve! Ogni tipologia testuale ha delle regole proprie che occorre rispettare ma al di là della teoria ci sono piccoli utili consigli che sono certa ti saranno d’aiuto per scrivere i tuoi testi.

Partiamo dalle basi e dunque dai testi più semplici: i temi. Anche qui occorre fare qualche distinzione. I temi infatti si distinguono fra loro a seconda dell’obiettivo che ha il testo stesso. Ecco che inizia così la sfilata dei vari tipi di testo. Apre il corteo il tema descrittivo. Lo seguono quello narrativo ed espositivo. In terza fila troviamo il tema interpretativo-valutativo. Al quarto posto cammina borioso il tema argomentativo tanto apprezzato dagli studenti. Poco dietro c’è il tema d’attualità con tutte le cattive notizie che in genere racconta. Nel penultimo posto c’è il tema di argomento storico che al momento è un po’ offeso per essere stato bannato dall’Esame di Stato. A chiudere le danze c’è infine il tema introspettivo che in punta di piedi saluta tutti e spegne la musica. Si lo so sembrano troppe e difficili. Ma non farti ingannare, non è complicato come sembra!

Come iniziare: testi scritti per tutte le classi

Voglio cominciare a tranquillizzarti dicendoti che non tutte le tipologie di cui ti ho parlato si affrontano nello stesso momento. Ovviamente esistono delle differenze dovute ai programmi specifici di ciascuna scuola ma per semplicità ti spiegherò la suddivisione più comune. Questa classificazione generale è importante perché mi permette di rivolgermi a tutti gli studenti dalle elementari alle superiori perché, ammettiamolo, tutti prima o poi sperimentano il dubbio su come iniziare a scrivere un testo. 

In genere i temi descrittivi sono quelli con i quali si fa per primi conoscenza durante le prime classi delle elementari. Seguono invece negli ultimi anni della scuola primaria i temi narrativi, quelli insomma dove la maestra ti chiede di raccontare le tue vacanze. Gli anni della scuola media sono contraddistinti dai temi di attualità, come se quel triennio in particolare non fosse già di per sé abbastanza tragico. Arrivi poi alle scuole superiori e anche qui c’è da distinguere il biennio dal triennio. Nel primo infatti i protagonisti sono i temi narrativo-descrittivi, una sorta di evoluzione più matura del tuo primo approccio con la produzione di testi. Nel corso poi del triennio le cose si complicano perché farai conoscenza delle tipologie testuali che ti accompagneranno fino all’esame di maturità. 

Come iniziare: veniamo al sodo!

Oggi non siamo qui però per approfondire nello specifico ciascuna tipologia. Parliamo solo di come iniziare. Di seguito dunque ti propongo una serie di veloci tip&tricks utili per iniziare in maniera efficace i tuoi testi. Aggiungo anche qualche raccomandazione su cosa non fare per evitare di andare incontro ad una catastrofica sfilza di correzioni.

Sei pronto? Iniziamo!

  • Non iniziare mai il tuo tema con «io». Questo consiglio vale soprattutto per i temi descrittivi. Ipotizziamo ti venga richiesto di scrivere un tema dove devi descrivere te stesso. Comincerai molto probabilmente dal tuo nome. Iniziare con «io mi chiamo» è fastidioso e ridondante per chi legge. Al verbo alla prima persona «sono» piace sentirsi indipendente, ometti dunque la persona esplicita e vai avanti con la presentazione.
  • Se devi scrivere un tema narrativo la cui consegna potrebbe richiederti di raccontare un giorno speciale, le tue vacanze o una gita fuori porta, evita di iniziare scrivendo frasi piatte. Il tuo scopo è quello di attrarre l’attenzione fin dalla prima riga. Per frasi piatte intendo quelle come «La mattina del dieci agosto sono partito per le vacanze estive…». Meglio scegliere di iniziare con quello che io chiamo “incipit ad effetto”. Un esempio di quest’ultimo potrebbe essere «Quando è finita la scuola mai avrei potuto immaginare che la mia estate sarebbe stata così incredibile».
  • Per quanto riguarda i temi espositivi, per intenderci le ricerche o le relazioni o più in generale tutti quei testi dove occorre riportare dati e informazioni su un certo argomento, hai le mani più legate. Questo però non significa che devi iniziare il tuo testo in maniera sciatta e noiosa. La regola ci dice che il testo deve strutturarsi in tre parti principali: introduzione, corpo centrale e conclusione. Utilizza dunque l’intro a tuo vantaggio presentando il problema o la questione in modo empatico e accattivante. Devi parlare del fenomeno del bullismo? Bene, dovresti evitare di iniziare con incipit del tipo: «il bullismo è un fenomeno che…», preferisci invece scrivere «Esiste da sempre, eppure negli ultimi anni il bullismo può essere considerato una vera e propria piaga della società giovanile». 
  • Saggi brevi. Qui si che c’è da sbizzarrirsi e non per nulla sono infatti i miei preferiti. Ce ne sono per tutti i gusti: artistico-letterari, socio-economici, storico-politici e tecnico-scientifici. Queste quattro famigliole sono le stesse che ritrovi anche nella prima prova dell’esame di maturità. Aggiungo un “per ora” visto che a quanto pare le modalità d’esame si trasformano con la stessa rapidità di un Animagus. Minerva McGranitt per intenderci. Torniamo ai saggi. Il grande vantaggio di questi ultimi è dato dalle fonti e dai documenti che ti vengono forniti insieme con il titolo. Grazie a questi puoi scegliere di iniziare il tuo testo con una frase in essi contenuta riportandola tra virgolette. Ti faccio qualche esempio. Ipotizziamo che tu abbia scelto di scrivere un saggio sulla violenza sulle donne. Fra i documenti seleziona ad esempio il titolo di un articolo di giornale che sia capace di conquistare l’attenzione e introdurre direttamente il lettore nel vivo dell’argomento. Ecco che avrai «Ferrara: massacra di botte la moglie che voleva lasciarlo» dalla Repubblica del 17.03.2015. Da questo poi parti per argomentare il saggio. Questa stessa tecnica la puoi mettere in atto con tutte le sottocategorie di saggi per iniziare il tuo, scegliendo fra frasi d’autore, versi di poesie, titoli di opere artistiche, insomma qualsiasi documento che troverai allegato al momento della consegna.

Che ne dici di questi semplici ma utili suggerimenti? Pensi che potrebbero esserti d’aiuto la prossima volta che verrai colto dalla paura del foglio bianco? Ricordati di farmi sapere la tua 🙂

Alcuni degli esempi che ti ho citato sono tratti proprio dal mio libro guida sulla maturità dove per ogni saggio analizzato ho ipotizzato una serie di incipit ad effetto fra cui scegliere. 

Se ti interessa l’argomento non dimenticarti di farmelo sapere nei commenti. Arriveranno presto nuovi contenuti, fra i quali alcune schede che potrai direttamente scaricare gratuitamente, che spero possano esserti utili per iniziare alla grande i tuoi temi.

Paragone: crea frustrazione e non motiva

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Paragone: crea frustrazione e non motiva

Paragone: crea frustrazione e non motiva

Il paragone è un argomento piuttosto delicato, soprattutto quando ha a che fare con la scuola.

«Ho dato lo stesso test in C e il voto più alto era 8!».

«Prendi esempio da tizio, mai una volta che non risponda alle mie domande!»

«Questa versione la A la farebbe senza battere ciglia». 

«La D si che può dirsi una classe di eccellenze!».

«Hai visto che ordinato il quaderno di Caio? Ecco come dovrebbe essere il tuo!»

Molto spesso a scuola accade che i professori facciano dei paragoni fra una sezione e l’altra o fra uno studente ed un altro con lo scopo di motivare gli studenti meno preparati.

Ti suonano familiari frasi simili? 

Paragone: crea frustrazione e non motiva

Il paragone: due facce di una stessa medaglia

Per quanto l’intenzione di alcuni insegnanti di utilizzare il paragone per scuotere gli animi degli studenti possa sembrare una buona idea, ciò che bisognerebbe secondo me tenere presente è l’effetto reale che questo atteggiamento ha sugli studenti. Esistono due differenti reazioni che i ragazzi hanno davanti al paragone con altri, siano questi compagni di classe o meno. 

La prima, più frequente e diffusa, è la sensazione di inadeguatezza e il senso di inferiorità. Questa spinosa emozione da gestire originata dal meccanismo del paragone può poi a sua volta avere diverse manifestazioni a seconda del carattere individuale di ciascuno. Ci sono ragazzi infatti che reagiscono al paragone abbassando la testa e tenendo per sé i sentimenti che questo innesca. Interiorizzandoli insomma. Oppure ci sono quegli studenti, più irruenti, che tendono a nascondere la propria insicurezza dietro risposte a tono e atteggiamenti arroganti.

La seconda modalità con cui gli studenti, e più in generale le persone, possono reagire davanti al meccanismo del paragone è l’auto-motivazione. Questa è appunto quella risposta comportamentale a cui aspirano i professori nel momento in cui utilizzano il paragone in classe. Il problema da chiarire a questo punto è il fatto che, questa seconda reazione, è molto più rara da incontrare nella realtà di tutti i giorni soprattutto fra alunni e studenti dalle elementari alle superiori. 

Ti stai chiedendo perché? Facile. Perché questa fascia d’età che possiamo estendere dai 6 ai 18 anni è un periodo estremamente delicato e multi-sfaccettato dello sviluppo psicologico ed emotivo dell’individuo. A dirlo non sono io, ma le teorie e gli studi psicologici che gettano le basi della psicologia dello sviluppo.

Il paragone: l’auspicabile effetto motivazionale 

Fin qui ti ho presentato le due possibili reazioni che uno studente come te in genere manifesta quando sente il proprio professore utilizzare il meccanismo del paragone sia nei confronti del rendimento scolastico sia per quel che riguarda l’aspetto comportamentale. 

Dimmi un po’: ti ritrovi in quanto ho scritto fin qui? Quale delle due modalità senti più vicina a te?

Prendiamo per un attimo in considerazione la seconda eventualità. La risposta emotiva insomma che dovrebbe indurre uno studente ad impegnarsi di più quando il suo professore utilizza il paragone in accompagnamento ad un giudizio sul suo compito o prestazione scolastica di qualsiasi tipo. Poco sopra ti ho detto che i ragazzi che nel concreto hanno un atteggiamento costruttivo davanti al paragone sono decisamente meno rispetto a quelli in cui si accresce il senso di inadeguatezza. Su questa minore percentuale di ragazzi l’atteggiamento di un professore o maestro che utilizza il meccanismo del paragone può davvero risultare la strategia vincente. Peccato non sia una situazione così frequente come chi fa un paragone vorrebbe. Ti racconto brevemente ciò che però in questi casi accade. Va più o meno così: immagina un professore che alla fine di un’interrogazione assegna un voto insufficiente o mediocre ad uno studente che chiameremo per semplicità Pipino. 

Sorvola sulla scelta del mio esempio, ho spiegato a lezione Carlo Magno e questo è il risultato!

Torniamo a noi. Prima di mandare Pipino a posto con il libro sotto un braccio ed il pesante verdetto nell’altra mano, il prof esordisce invitandolo ad impegnarsi di più e prepararsi meglio la prossima volta come un suo compagno. Il ragazzo, secondo le sue aspettative, dovrebbe fare di quelle parole carburante per la sua motivazione. Pipino, che appartiene alla schiera degli studenti descritti nella seconda modalità, farà tesoro del paragone. Tonato a casa si rimetterà sui libri ancor più determinato a conquistare il suo bel voto e penserà di sé: «se ce l’ha fatta tizio, ce la farò anche io!»

Dunque Pipino dopo qualche giorno alzerà la mano, sosterrà l’interrogazione di recupero, prenderà un voto più che sufficiente e ne sarà orgoglioso. Il professore da parte sua sarà felice di scrivere il giudizio positivo sul registro e sentirà di aver giocato un’ottima carta con il meccanismo del paragone. 

Situazioni come questa non sono fantascienza, accadono. Il problema su cui batte il mio martello però è che per molti reazioni al paragone di questo tipo sono avvicinabili al “e vissero felici e contenti” della fiabe.

Il paragone: la potenzialità distruttiva delle parole 

Veniamo ora a analizzare insieme l’altra faccia della medaglia. La più frequente in verità. Quella in cui uno studente reagisce al meccanismo del paragone con un annaffiatoio sulle erbacce dell’inadeguatezza e del senso di inferiorità. Due brutte bestie queste due emozioni che possono insorgere nei ragazzi anche per una predisposizione dovuta a motivi familiari non direttamente connessi con la scuola. Eppure non è raro nemmeno che sentimenti come questi affiorino in ragazzi che nel privato non provano nulla di simile ma che anzi trovano nella famiglia, così come nel proprio gruppo di amici, conforto e sicurezza.

Il punto cruciale è che per la fascia d’età degli studenti dalla prima elementare in poi, la figura del maestro e del professore può avere un’importanza fondamentale. In psicologia evolutiva addirittura si riconosce che un bambino può sviluppare nei riguardi di un insegnante quello che viene chiamato modello di attaccamento laddove la figura del maestro rappresenti un punto di riferimento costante e affettivo. Capirai dunque quanto peso potrebbero avere in questo caso le sue parole.

Immagina perciò il potenziale distruttivo che potrebbe avere il paragone sullo studente che nutre piena fiducia nei riguardi del suo insegnante. Riprendiamo allora il nostro amico Pipino, ma stavolta facciamogli rappresentare la prima categoria di studenti di cui ti ho parlato prima. Pipino sentendosi paragonato ad un suo compagno reagirà sviluppando una pericolosa catena di sentimenti negativi. Imbarazzo e vergogna se il commento viene fatto pubblicamente davanti alla classe. Inadeguatezza. Penserà di non essere all’altezza. Di non essere capace. Crederài aver deluso il professore. Di avere qualcosa che non va bene. Pipino tornerà a posto con un fardello invisibile ma parecchio pesante sulle spalle che davanti alla prossima prova scolastica lo porterà a pensare “perché provarci? Tanto non ci riesco. Tanto prenderò un brutto voto”.

Il paragone: quando le parole feriscono più di un pugno nello stomaco

Si esatto, un pugno nello stomaco. Questa è la sensazione che molti studenti provano. Alle scuole elementari soprattutto il paragone ha una portata demotivazionale assurda. Un crash nell’interiorità a cui a volte non si può mettere il collare e dare 20 giorni di riabilitazione. Un incidente emotivo che passa spesso inosservato. Così la ferita continua a sanguinare poco a poco ma costantemente indebolendo la sicurezza e l’efficacia personale e di conseguenza anche le prestazioni scolastiche.

Questa reazione al paragone può riguardare qualsiasi tipo di carattere. Risulta però estremamente pericolosa soprattuto verso quei ragazzi che hanno di per sé delle difficoltà di apprendimento. Mi riferisco ai casi, magari non ancora diagnosticati di dislessia, discalculia e simili. Ancor più deleterio risulta poi il paragone verso bambini o ragazzi con la sindrome di Asperger che hanno veri e propri problemi emotivi con la gestione della frustrazione dovuta al fallimento. Per tutti questi casi particolari di cui ti ho parlato, piuttosto che utilizzare il meccanismo del paragone sarebbe di gran lunga molto più proficuo e motivazionale elogiare l’impegno e riconoscerne gli sforzi per evitare che si manifesti nel tempo un vero e proprio rifiuto per la scuola.

Personalmente non trovo alcuna utilità nel meccanismo del paragone, anzi vedo solo il suo potenziale negativo pur riconoscendo che in alcuni casi può risultare motivazionale. Nel mio lavoro non ricorro mai al paragone per alcuni semplici ma ben definiti motivi.

Prima di tutto perché credo che per ogni studente vada fatto un discorso a sé che rende il paragone del tutto inutile come se volessi paragonare il sapore di una mela a quello di un piatto di pasta al ragù.

Secondo poi perché, oltre ad insegnare a studenti che frequentano classi all’interno del regolare percorso scolastico, lavoro con i ragazzi iscritti nei corsi di formazione professionale promossi dalle regioni contro il grave problema della dispersione scolastica. Questi sono giovani che hanno abbandonato la scuola e hanno optato per una formazione differente orientata all’acquisizione di un mestiere che li immetta direttamente nel mondo del lavoro. A loro in genere insegno italiano e grammatica fornendogli le basi essenziali della lingua che gli saranno indispensabili nel corso della loro vita. Questi ex-studenti nella maggior parte dei casi sono diventati tali proprio per via di un nascosto senso di inadeguatezza e inferiorità. Una sensazione che li ha portati letteralmente a scappare dalla scuola convincendosi di non essere in grado fino a sviluppare un categorico rifiuto per l’istruzione tradizionale molto spesso originato proprio dal meccanismo del paragone. 

Le ripercussioni e i possibili indotti negativi del meccanismo del paragone sono innegabili ai miei occhi, ma vorrei conoscere la tua opinione. Vorrei sapere se anche a te è capitato di sentirti oggetto del meccanismo del paragone e in caso affermativo cosa hai provato a riguardo. 

Dalle medie alle superiori: la paura del cambiamento

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Dalle medie alle superiori: la paura del cambiamento

 

Dalle medie alle superiori: la paura del cambiamento

Come ogni cambiamento che si rispetti anche il passaggio dalle scuole medie alle superiori spaventa e porta con sé una serie di difficoltà. Qui mi riferisco ad un preciso momento della vita degli studenti ma in realtà potrei fare lo stesso discorso per chi quest’anno ha iniziato la prima media. Lo stesso vale anche per i più piccini della prima elementare. E non si possono tralasciare nemmeno le nuove matricole universitarie. Per questo motivo, anche se oggi voglio parlare ai ragazzi che sono appena passati dalle medie alle superiori, in realtà è come se stessi parlando a tutti coloro che lo scorso settembre hanno dato inizio ad una nuova avventura.

Dalle medie alle superiori e non solo

Parlando del passaggio da una scuola all’altra, qualunque questa sia, la costante è sempre la medesima: tutto cambia. O quasi. Si ok, è bellissimo cambiare, crescere ed evolversi, ma chiamiamo le cose con il loro nome almeno qui che nessuno ci giudica. Doversi adattare e rimodellare per un nuovo contesto è un processo d’adattamento molto delicato e difficile. E sfido chiunque a sostenere il contrario! L’adattabilità all’ambiente è una delle prime peculiarità che l’uomo ha sviluppato per sopravvivere in natura e fin qui: grazie nonno Darwin!

Ma per gestire tutta la serie di implicazioni che i cambiamenti portano con sé non ci è stato dato alcun libretto delle istruzioni. Questo però non significa che te la devi cavare da solo arrancando e in alcuni casi vivendo il cambiamento con uno zaino pieno di nuovi libri e astucci di malumore. Se è l’esperienza che può aiutare chiunque, e perciò anche te, a vivere il più serenamente possibile questo rito di passaggio tanto entusiasmante quanto terrorizzante, ben vengano i consigli di chi c’è già passato. Non si tratta della lista dei “ 5 modi per sopravvivere al passaggio dalle medie alle superiori”. No, non oggi almeno. Ciò che invece mi preme fare è creare un piccolo ma accogliente salotto dove tutti possano accomodarsi, prendere un pasticcino e raccontare la loro storia.

Dalle medie alle superiori: la paura del cambiamento

Dalle medie alle superiori: i cambiamenti non sempre sono piacevoli

Uno degli atteggiamenti che personalmente più mi fanno arrabbiare è quel modo superficiale e pre-formato con cui alcuni si rivolgono agli studenti che passano dalle medie alle superiori dando per scontato che si debba essere contenti e spensierati.

È per caso capitato anche a te? 

Cominciamo col dire che giudicare le emozioni altrui non è mai, in nessun caso, una mossa vincente. Ma in questo contesto specifico, vista la delicata età in cui si devono affrontare questi cambiamenti come il passaggio dalle medie alle superiori e simili, direi proprio che frasi del genere hanno l’effetto di un freno a mano tirato in autostrada. Personalmente non ho avuto l’onore di prendere un tè in stile Alice nel paese delle meraviglie né con un bruco, né con una farfalla. Però se noi due avessimo potuto farlo, di certo loro ci avrebbero potuto fornire la loro esperienza pre e post cambiamento.

Che poi mi chiedo, ma avranno memoria le farfalle del loro essere state bruchi? Insettologi a rapporto, delego a voi questa domanda che io proprio non me ne intendo!

Ma torniamo a noi e, visto che ormai la scuola è iniziata da circa un mese, possiamo fare il punto della situazione. 

Dalle medie alle superiori: riportatemi indietro!

Ti è capitato nel corso dell’ultimo mese di desiderare intensamente poter tornare indietro? Ovviamente spero di no e c’è da dire che non è fantascienza affrontare bene e con il sorriso un cambiamento come quello dalle medie alle superiori. Strizziamo l’occhio e pollice in sù dunque ai campioni dell’adattamento in stile camaleonte. Qui però occorre dare spazio a tutti voi che avete trascorso gli ultimi circa trenta gironi con un peso sul cuore e sullo stomaco. Fin dal primo giorno la differenza dalle medie alle superiori è ben chiara e visibile ai tuoi occhi. Nella maggior parte dei casi la scuola stessa come edificio è cambiata e questo significa dover imparare a muoversi in un nuovo spazio.

Dove sarà la mia classe? E il bagno come lo trovo? E se mi dimentico da dove si passa?

Ti sei mai fatto domande simili?

Questo primo problema è tanto più pressante quanto più grande è la scuola, nei piccoli o medi centri, ti assicuro che nell’arco di qualche giorno avrai già memorizzato tutte le informazioni che ti occorrono.

Ma facciamo un attimo un passo indietro al momento della campanella. È probabile che molti ragazzi come te abbiamo dovuto salutare compagni e amici che hanno scelto un diverso indirizzo di studi. Questa è una difficoltà molto comune soprattutto perché gli studenti che affrontano il passaggio dalle medie alle superiori di cui esiste un alto numero di orientamenti didattici. Nei casi migliori hai ancora accanto qualcuno dei tuoi vecchi amici oppure hai la capacità di fare presto nuove amicizie. 

Ma se così non fosse? Come affrontare una nuova scuola con nuovi compagni e un carattere timido ed introverso con cui fare i conti ogni giorno?

Ecco che a questo non pensano tutte le persone che si aspettano di vederti sempre felice e allegro per l’ingresso nella nuova scuola. 

Dalle medie alle superiori: l’importanza del dialogo

Avrai ormai capito che qui sei libero di dare sfogo alle paure e alle insicurezze che il passaggio dalle medie alle superiori ha portato con sé. Come ti ho anticipato poco sopra questo post non è dedicato alle strategie o ai metodi per affrontare il cambiamento. 

Magari ne parliamo la prossima volta, che dici? 

Ciò che invece mi preme oggi tu tenga a mente è l’importanza di parlare dei disagi che stai affrontando. Parlare in famiglia, con gli amici e se vuoi scrivi qui sotto nei commenti. Non importa con chi, l’importante è che lo fai e con le persone giuste in grado di ascoltarti. Se sei particolarmente timido forse questa sarà una grande prova da affrontare ma non dimenticare il potere della comunicazione. Per raccontarti non devi per forza usare le parole se questo ti crea disagio. Scrivi una canzone. Dipingi. Disegna. Scrivi una lettera alla persona con cui vorresti sfogarti. Fai ciò che più ti rispecchia ma non tenerti tutto dentro. Soprattutto non lasciarti sopraffare dallo stress e dall’ansia.

Il passaggio dalle medie alle superiori infatti porta spesso con sé la presa di coscienza di un programma didattico ben più difficile ed impegnativo da apprendere. C’è poi la competitività con i compagni da gestire per non parlare del rapporto da costruire con dei nuovi insegnanti che non ti vedono più come un bambino. Tutte queste componenti hanno una loro importanza. Possono accompagnarti lungo lo splendido percorso dell’adattamento o, se non affrontate, possono appesantire quelli che potenzialmente potrebbero essere i tuoi anni migliori. 

Ho parlato abbastanza per oggi, lascio a te lo spazio di dar voce ai tuoi disagi o ai successi che hai raccolto fin qui. Ti ricordo che se vuoi raccontarmi la tua storia privatamente trovi tutti i miei contatti cliccando qui! Come promesso arriverà presto un post più pratico e meno chiacchiericcio su come affrontare il passaggio dalle medie alle superiori. Qualche consiglio e strategia sono sempre i benvenuti, giusto?

A presto e non dimenticare di condividere con i tuoi amici se pensi che qualcuno accanto a te stia vivendo questo disagio.

Dislessia: una settimana per accendere il potenziale

Settimana della dislessia: accendiamo il potenziale

Settimana della dislessia

Dal 1 al 7 ottobre, si è svolta in tutta Italia la terza edizione della settimana della dislessia. L’intero stivale si è mobilitato in merito organizzando eventi ed incontri grazie al lavoro intenso portato avanti ormai da anni dall’Associazione Italiana Dislessia: l’AID.

Settimana della dislessia: il potenziale da accendere

Sono stati sette giorni in cui tutti i dislessici si sono sentiti riconosciuti. Messi a fuoco non solo da chi di dovere ma anche da quella grande fetta della popolazione a cui spesso manca sensibilità all’argomento. Il lavoro portato avanti dall’AID e dall’EDA, l’Associazione Europea Dislessia, è ammirevole e innegabile. Eppure, come per molti altri temi delicati, non è sufficiente la sola azione degli enti ufficialmente votati ad una determinata causa. Ciò che occorre per fare una tangibile differenza è che vengano coinvolti, se ne interessino e si attivino anche coloro che fino a questo momento si sono tenuti in disparte. 

Settimana della dislessia: si parte dalla sensibilizzazione

Sono state circa 300 le istituzioni che hanno collaborato al progetto dell’AID nell’organizzazione e realizzazione della settimana dedicata alla dislessia. Nel corso della mattinata le classi sono state accompagnate dai professori nelle sedi predisposte per gli incontri e nel pomeriggio i dibattiti sono stati aperti al grande pubblico. I due elementi sui quali si è focalizzata la lente d’ingrandimento dell’AID sono stati il potenziale dei ragazzi dislessici e la collaborazione necessaria per farlo emergere nella quotidianità. 

Un concetto che stresso spesso, trovandomi a stretto contatto con ragazzi dislessici nel corso delle mie lezioni, è quello relativo alla profonda differenza che intercorre fra dislessia, o BES in generale, e intelligenza. Ancora oggi alcuni tendono a correlare la presenza di bisogni educativi speciali, categoria di cui la dislessia fa parte, ad minore quoziente intellettivo rispetto al trend ritenuto “normale”. Niente di più sbagliato. Eppure ancora oggi è innegabile che vi siano coloro che tendono a confondere queste due variabili profondamente distanti fra loro. 

Settimana della dislessia: accendiamo il potenziale

Dislessia: l’arte di superare insieme le difficoltà

Grazie ad eventi come la settimana della dislessia finalmente si comincia a parlare sempre più della realtà che ogni giorno vivono le persone dislessiche. Una quotidianità che, laddove non si intervenga tempestivamente, è caratterizzata da difficoltà, paure e senso di inadeguatezza. L’AID non poteva individuare immagine più adatta della grande lampadina posta al centro della locandina dedicata all’evento.

Come il caro vecchio Archimede a cui le idee si accendevano ancor prima della scoperta di Thomas Edison nel 1878, i dislessici hanno il diritto di usufruire di quella buona e rassicurante mano che gli consenta di far esplodere il loro potenziale in un arcobaleno di genialità che non deve in alcun modo essere più frenata dalla mera difficoltà pratica che si manifesta nella quotidianità.

La grande differenza che tutt’oggi intercorre fra uno studente dislessico ed uno che non lo è sta proprio nelle diverse possibilità di riuscita. Un’immagine che mi viene sempre in mente in questo caso è quella di due auto di uguale modello, cilindrata e carburante che devono raggiungere una stessa meta. La differenza è che alla prima si permette di passare per l’autostrada a scorrimento veloce mentre all’altra si assegna un percorso accidentato in terra battuta con fossi, dossi e innumerevoli curve. 

Sarai d’accordo con me nel riconoscere che il diverso orario d’arrivo dei due automobilisti non ha niente a che vedere con la loro abilità di piloti. 

Dislessia: dalla collaborazione all’inclusione

Sulla collaborazione si è ampiamente espressa l’AID. Oltre ai sette giorni dedicati alla dislessia, l’associazione porta avanti la sua campagna di sensibilizzazione per la collaborazione fra tutti i soggetti coinvolti. In realtà in tutti i casi di BES la collaborazione fra insegnanti, genitori e medici incaricati della diagnosi è fondamentale. In linea di massima si può infatti riconoscere un ricorrente modello di riconoscimenti di tutti i disturbi specifici dell’apprendimento che parte dalle aule.

Il motivo è dovuto essenzialmente a due fattori. In primis perché è proprio nell’incontro-scontro con la scuola che emergono le difficoltà difficilmente riconoscibili prima della prima elementare. Il momento insomma in cui bambini ancora non sanno leggere, né scrivere, né manipolare il sistema numerico. Secondo poi perché la figura dell’insegnate ha una formazione che gli permette di individuare i campanelli d’allarme utili alla diagnosi anche se non ha una competenza specifica in ambito psico-educativo.

Fin qui la mia riflessione risulta in totale sintonia con i propositi dell’AID. Ciò che mi sento di aggiungere è invece un ulteriore punto di vista sull’inclusione oltre quello relativo all’apertura del dialogo. 

Secondo la mia esperienza ciò di cui avrebbero bisogno gli studenti con BES, e in questo caso specifico i dislessici, è un inclusione volta alla normalizzazione della loro condizione sia nei rapporti con professori sia nel confronto con i compagni.

Dislessia: il vantaggio della normalizzazione

La presenza di dislessici nelle aule è innegabile e sempre meno una rarità, ecco perché sarebbe un vero vantaggio per i ragazzi interessati sentirsi quanto più normalizzati possibile per poter usufruire senza paura né vergogna degli strumenti a loro utili e maturare di giorno in giorno una maggiore sicurezza nelle loro capacità e possibilità di riuscita. 

Un esempio? Nessuno al giorno d’oggi nella scuola di qualsiasi ordine o grado vedrebbe come “anormale” un ragazzo che porta gli occhiali. Un tempo capitava di venire additati e ridicolizzati, ma ora questi sono diventati quasi un accessorio di moda e stile e viene visto come normale indossarli sia a scuola sia nel tempo libero.

Lo stesso sta accadendo per l’apparecchio. Il sorriso metallico sempre meno spesso crea imbarazzo e lo si può vedere anche negli idoli della tv o del cinema. Sono convinta che se anche la condizione di dislessico o di portatore di qualsiasi altro tipo di BES venisse normalizzata maggiormente, i ragazzi si sentirebbero molto più liberi di usufruire in classe degli strumenti a loro utili. Molti infatti provano una vergogna tale che li spinge a rifiutare di utilizzarli in aula e si limitano a farlo solo nascosti fra le mura di casa. Al contempo sentirsi meno diversi, andrebbe di sicuro a ridurre il sentimento di inadeguatezza e inferiorità che purtroppo spesso li accompagna. 

Dalla settimana della dislessia alle giornate di sensibilizzazione

Detto ciò voglio condividere con te una mia personale riflessione più generale ma in qualche modo collegata con il discorso sulla settimana della dislessia. Vengono indette sempre più giornate di sensibilizzazione nazionali o mondiali sulle più svariate questioni. 

Dalla giornata dedicata ai malati oncologici a quella di sensibilizzazione verso gli autistici. Dalla giornata per i disabili al fiocchetto lilla dei disturbi alimentari. Da quella contro la violenza femminile alle ventiquattrore dedicate alla sindrome di Down. 

Potrei continuare e l’elenco, credimi, sarebbe infinito e comprenderebbe gli argomenti più disparati. Ciò che invece mi preme fare è invitarti ad una riflessione più sottile. Non basta un giorno. Non basta una settimana. Presa coscienza dell’esistenza di una qualsivoglia condizione occorre che ognuno di noi faccia qualcosa di tangibile. Non è sufficiente parlarne o pensarci per un solo giorno all’anno per alleggerirci la coscienza. 

Ogni ente si impegna 365 giorni l’anno nei confronti del proprio campo di interesse, così come l’AID. Perché noi altri dovremmo limitarci a sentirci più sensibili per un solo giorno? Queste giornate o settimane dedicate devono servire ad accendere una fiammella, ma tocca poi al singolo far sì che questa non si spenga. 

L’eccesso di plastica sul pianeta continuerà ad essere un grave problema se ci limitiamo a pensarci solo quando vediamo una campagna di sensibilizzazione lanciata da Marevivo o da Greenpeace. Chi soffre e muore a causa dei disturbi alimentari ogni giorno continuerà a farlo anche al di là del 15 marzo. I genitori di bambini che soffrono, gli ammalati di patologie rare, i disabili, i poveri, gli anziani, tutti loro combattono ogni giorno la loro personale battaglia. Ciò che ognuno di noi potrebbe fare di davvero costruttivo è utilizzare le giornate dedicate per sensibilizzarsi davvero su un argomento. Ovviamente non possiamo impegnarci su tutti i fronti, ma se ciascuno lo facesse almeno in qualche direzione, sono certa che nel tempo potremmo cominciare davvero a raccogliere i frutti dell’intenso lavoro portato avanti dalle associazioni ogni giorno.

C’è una giornata di sensibilizzazione a cui ti senti più legato?

Tu cosa fai per dare il tuo contributo? 

Non servono grandi imprese, a volte basta solo decidere di compiere un piccolo gesto.

A volte è sufficiente solo prestare attenzione e allenare l’empatia.

Università: il primo giorno di una nuova vita

Università: il primo giorno di una vita

Università: il primo giorno di una nuova vita

Molto spesso quando lavoro con i ragazzi dell’ultimo anno delle scuole superiori ad un certo punto salta d’obbligo fuori l’argomento università. Le domande che mi vengono rivolte sono le più disparate ma potrei senza troppe incertezze selezionare le più ricorrenti.

Ma come faccio a scegliere l’università giusta per me?

Davvero è tutto diverso all’università?

Come posso prepararmi ai test di ammissione?

A queste poi si accompagnano i dubbi e le paure.

Sarò in grado di superare gli esami all’università?

E se i colleghi saranno più preparati di me?

Ho paura di non riuscire ad ambientarmi.

Non ci provo nemmeno, sono sempre andato male, non sono portato.

Vorrei tanto, ma non mi sento all’altezza dell’università.

E se dovessi fallire?

Il più bel salto nel buio che tu possa fare

Se anche tu ti sei posto almeno una volta una delle domande qui sopra o vivi sulla tua pelle la paura del cambiamento dalle superiori all’università, ho qualcosa da dirti che potrebbe aiutarti a fare chiarezza.

Inizio col dire ciò che mai mi stanco di ripetere ai miei studenti. L’università è tutta un’altra cosa rispetto alle superiori. Sia che la tua esperienza alle superiori sia stata positiva sia che al solo pensiero di questi ultimi cinque anni ti vengano i brividi sulla schiena, sappi che l’università è davvero tutto un altro mondo.

La caratteristica che più sta a cuore agli studenti circa l’argomento università è senza dubbio la maggiore oggettività di giudizio rispetto alle scuole superiori. All’università infatti è molto più difficile che si creino antipatie o simpatie che spesso emergono nel corso della scuola secondaria. Nessuna colpa, siamo esseri umani ed è naturale che stando a stretto contatto ogni mattina in una classe limitata numericamente si crei un rapporto ben più stretto fra professore e studente rispetto a quello che può nascere con un docente universitario.

Se sei particolarmente affiatato con i tuoi professori questo potrebbe apparirti come un lato negativo dell’università che si bassa maggiormente sulla costruzione di rapporti impersonali. Ma ipotizziamo che al contrario tu abbia alle spalle una collezione di difficili rapporti con i prof delle superiori, vuoi per incompatibilità di carattere, vuoi perché sei stato tacciato di mediocrità e ti sei sempre sentito poco capito, allora l’oggettività dell’ambiente universitario potrebbe essere la svolta della tua carriera accademica. 

Università: il primo giorno di una vita

Un biglietto di sola andata per il futuro

L’università rappresenta, un po’ come accade nel passaggio dalle scuole medie alle superiori, un vero e proprio rito di passaggio nella vita di uno studente. Tutto cambia. Si modifica in primis la tua percezione dell’istruzione. Prima di tutto sei tu a scegliere l’ambito di formazione e questo ti porta ad innalzare in maniera significativa la motivazione a stare sui libri. Cresce in te la percezione tangibile che “stai studiando per te stesso” cosa che risulta ben più difficile da maturare nel corso delle scuole superiori. Ogni successo accademico viene accolto con un grado di soddisfazione maggiore dato appunto da quell’oggettività di cui ti ho parlato prima. Ovviamente può accadere di dover preparare un esame noioso o poco piacevole, così come potrebbe capitarti di prendere un brutto voto o addirittura dover ripetere una prova, ma anche le difficoltà all’università hanno tutto un altro sapore rispetto a ciò che hai vissuto finora.

Uno degli aspetti più importanti della scelta di proseguire gli studi all’università è la percezione di essere finalmente tu a costruire il tuo futuro. Vero è che nella strada verso ciò a cui aspiri le superiori giocano un ruolo fondamentale ma tangibilmente è solo negli anni dell’università che raggiungi un grado di consapevolezza maggiore e riesci effettivamente a conoscerti. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, prende corpo nella tua mente l’immagine sempre più nitida di chi o cosa vuoi essere nel futuro.

L’ambiente universitario è fondamentale per questa tua crescita interiore. Nuovi stimoli, nuove scoperte, l’essere ancora studente ma in un mondo di adulti dove insieme a nuove responsabilità di affacciano nella tua vita una valanga di esperienze e occasioni delle quali non avevi idea. Ma soprattutto vieni finalmente riconosciuto come adulto e non ti senti più sminuito nelle tue idee e opinioni con la classica affermazione “sei ancora un ragazzino”.

Ad ogni tappa le proprie responsabilità

Crescere significa anche prendersi nuove responsabilità e l’università non fa eccezione. Insieme con una valigia di esperienze e aspetti positivi è certo che l’accesso all’università comporta anche una presa di coscienza da parte tua. Attenzione però a non attribuire al concetto di responsabilità una valenza negativa! Ti dico questo perché fin troppo spesso vedo sbuffare i ragazzi difronte alla parola, a quanto pare terribile, “responsabilità”. Credo che alla base di questo pregiudizio ci sia una cattiva informazione ed interpretazione di cosa realmente significhi.

Prima di tutto lasciatelo dire, prendersi le proprie responsabilità va ben oltre il dover ammettere di aver fatto una marachella, questa infatti è in genere la percezione che ne hanno i più giovani. La responsabilità invece può rappresentare una vantaggiosa conquista di libertà. Mi sembra di vederti perplesso e scettico, aspetta di faccio qualche esempio! Prendersi la propria responsabilità negli anni dell’università significa soprattutto sapersi organizzare lo studio non avendo la classica scadenza dei compiti per il giorno dopo. Se però lo si fa con coscienza e lungimiranza questo ha un sacco di risvolti positivi. Non esiste una regola generale per tutti. Ognuno trova il metodo che più gli si addice, ci sono infatti studenti che iniziano a studiare fin dai primi giorni di corso ed altri che invece si buttano a capofitto quindici giorni prima di un esame. Io personalmente appartenevo più alla prima schiera.

Quando ho frequentato i corsi della mia prima laurea ero esclusivamente una studentessa, non dovevo lavorare o adempiere ad altri impegni impellenti perciò ragionavo sul fatto che proprio lo studio fosse il mio lavoro. Ho frequentato l’università in una città diversa da quella dove vivo, ma non così distante. Questo mi consentiva ogni fine settimana di poter rientrare a casa per stare con la famiglia e con gli amici. Il desiderio di staccare la spina nel weekend mi ha portata a concentrare il mio impegno nei primi 4 o 5 giorni della settimana giostrandomi fra le lezioni e la cosiddetta “vita da biblioteca”.

Non pensare però che la mia fosse una vita piatta e noiosa, tutt’altro! In facoltà avevo il mio gruppo di amici con i quali condividevo il tavolo di studio che colonizzavamo nella prima mattina e che restava “nostro”fino a sera. Tra una lezione e l’altra, le pause caffè e il pranzo avevamo sempre quello come punto di riferimento ottimizzando in questo modo i tempi. Aver deciso di dedicare buona parte della settimana allo studio mi permetteva di lasciare i libri chiusi nel fine settimana.

Due giorni in cui potevo dedicarmi esclusivamente ai miei interessi e solo la settimana prima di un esame mi è capitato di prendere in mano i libri il sabato o la domenica ma senza comunque dover rinunciare a nulla. Questa totale libertà di due o tre giorni era un miraggio negli anni del liceo. Le verifiche e le interrogazioni del lunedì o la necessità di portarmi avanti per evitare di impazzire durante la settimana non mi permettevano pause di questo tipo. Ecco perché ti dico che per me assumermi la responsabilità di dedicarmi allo studio nei giorni in cui ero fuori sede ha rappresentano la possibilità di avere come minimo sempre due intere giornate da dedicare a me stessa.

Conosci te stesso

Se non hai studiato greco forse non saprai che proprio da questa incredibile lingua deriva il famoso detto “conosci te stesso”. Ecco un’altra delle magie che l’università sa fare. Cambiare ambiente ed evolverti, incontrare nuove persone, abbandonare il tradizionale rapporto subordinato studente-professore ed entrare il un universo ben diverso come quello dell’università è un passo di fondamentale importanza per conoscerti in profondità.

Senza che tu ci metta alcun tipo di impegno particolare sentirai maturare dentro te stesso nuove consapevolezze. Imparerai a farti un’idea molto più personale e meno influenzata dall’ambiente sul tuo futuro e annaffierai di acqua pulita le tue aspirazioni e progetti. Ma soprattutto farai una diretta esperienza di cosa sei. Capirai quali sono i tuoi punti forti e avrai sempre più le idee chiare su chi o cosa vuoi diventare nel tuo futuro. Durante gli anni delle scuole superiori non si ha uno sguardo interiore abbastanza vasto da poter vedere tangibilmente le proprie mete anche se è pur vero che c’è chi ha fin da subito un progetto di vita ben delineato.

Nella maggior parte dei casi però è proprio durante gli anni dell’università che si raggiunge, passo dopo passo ed in maniera del tutto naturale, una visione più chiara e delineata del proprio futuro questo accade non solo per la fisiologica crescita di quegli anni ma grazie anche a quelle responsabilità di cui abbiamo già parlato. In tutta questa meravigliosa metamorfosi verso la migliore versione di te stesso giocano un ruolo importante anche i rapporti e le relazioni. Conoscere nuove persone, sperimentare un diverso rapporto con le figure di formazione, i docenti, e rapportarsi con chi è del tutto privo di qualsiasi pregiudizio o pregressa opinione su di te, ti permette di costruire piano piano tu stesso per primo una nuova e ben più veritiera immagine di te. 

Si è capito che per me gli anni dell’università sono stati i migliori? E tu cosa ne pensi, non vedi l’ora o ne sei terrorizzato? Quali paure punzecchiano i tuoi pensieri? 

Fammi sapere che pensi al riguardo e parliamone insieme. Lasciami nei commenti qui sotto tutte le domande che affollano la tua mente e le questioni sulle quali vorresti una maggiore chiarezza.  

Maturità 2019: è un buon cambiamento?

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Maturità 2019: è un buon cambiamento?

Maturità 2019: è un buon cambiamento?

Negli ultimi mesi si fa un gran parlare delle novità previste per la maturità 2019. Studenti e professori si interrogano sulla nuova prassi che dal prossimo giugno cambierà la formula dell’esame di Stato. La domanda che aleggia nell’aria e che divide le opinioni è abbastanza intuitiva: è davvero un “buon” cambiamento?

La scuola che cambia nel “vecchio” Paese

Avrai di certo sentito etichettare l’Italia con l’appellativo di buon “vecchio” Paese. Si tratta di un simpatico, e a tratti sarcastico, modo di sottolineare quanto sotto alcuni aspetti l’Italia non sia incline al cambiamento e all’innovazione. Non c’è bisogno di aprire grandi dibattiti, basta pensare a ciò che hai letto fin dalle scuole inferiori sui tuoi libri di storia e letteratura. Ogni volta che si parla di una nuova corrente, artistica, letteraria o filosofica, la storia è sempre la stessa “giunta in Italia in ritardo rispetto al resto d’Europa”. Sono certa che avrai letto frasi simili centinaia di volte e probabilmente, come anch’io ho fatto, avrai esordito con un “e te pareva!”

Ebbene si, molto spesso il nostro stivale ha dovuto arrancare per star dietro alle tendenze mondiali e gli esempi che ti ho fatto poco sopra sono davvero solo i più frequenti e citati. La diffidenza italiana al cambiamento ha interessato e tutt’ora colpisce le più svariate tematiche, dalle tendenze della moda alle innovazioni tecnologiche. Ma che c’entra la scuola con tutto questo?

Maturità 2019: è un buon cambiamento?

La scuola italiana tra stasi e cambiamento

In questo articolo non voglio concentrarmi tanto sulle novità pratiche che riguarderanno la maturità 2019. Piuttosto voglio riflettere insieme a te su quanto questo cambiamento sia o meno positivo.

In rete da mesi ormai girano articoli inerenti le modifiche riguardo le prove d’esame, l’assegnazione dei punteggi e il tema “caldo” degli invasi e sono certa che se sei un maturando avrai già scrollato le pagine web con curiosa preoccupazione. Ciò che però sarebbe davvero interessante chiedersi è cosa ne pensino i diretti interessati: gli studenti. Tu.

Su questo devo dire di non aver letto granché. Come al solito mi rattrista sempre un po’ notare quanto, troppo spesso, si tralasci l’opinione dei ragazzi che direttamente vivono e subiscono le decisioni dei piani alti. C’è poi un altro aspetto, secondo me interessante, da prendere in considerazione. Accanto ai più o meno frequenti cambiamenti che negli ultimi 30 anni hanno riguardato l’esame di maturità e più in generale la scuola superiore, c’è una totale paralisi di altri sotto-settori del sistema scolastico.

Questo non è che l’ennesimo cambiamento nella strutturazione della maturità, non è poi così difficile ricordare le precedenti trasformazioni dal punteggio in sessantesimi a quello in centesimi. Si è inoltre visto il cambio della guardia delle commissioni da esterna a interna a mista. Dal portare due sole materie si è giunti alla verifica orale su tutte le discipline per arrivare poi a quelle “nominate” dal Ministero che le annuncia in genere nel mese di gennaio manco fossimo al serale di un reality show.

A questo punto mi chiedo quanto siano efficaci e positivi tutti questi cambiamenti. Mi domando quanto realmente servano a migliorare la scuola italiana o se siano solo il risultato della ricerca della giusta formula. La situazione mi ricorda un pò quando non ricordi bene la ricetta della nonna e azzardi dosi e ingredienti sperando di trovare per tentativi la combinazione perfetta. Non sta di certo a me decidere se questa riforma per la maturità 2019 sia la formula di un “gustoso” esame di Stato. La mia prova l’ho già affrontata molti anni fa quando con la mia maglietta verde speranza della Benetton, i jeans e le immancabili All Stars beige dei miei 18 anni mi sono accomodata davanti alla commissione schierata a ferro di cavallo. Chi deve oggi esprimersi sulla questione sei proprio tu che in questo, o nei prossimi anni scolastici, utilizzerai su Instagram l’hashtag #maturandi. 

Ma è davvero una “buona” scuola?

Sono sempre più convinta che a dire quanto “buona” sia la scuola debbano essere gli studenti. Proprio per questo mi piacerebbe mi lasciassi nei commenti il tuo parere sulla questione! Per me sarebbe molto interessante leggere il tuo punto di vista. Ancora più utile credo possa essere un vero e proprio dibattito tra studenti che indubbiamente potrebbero avere diverse opinioni in merito.

Non posso portarvi tutti in una sala del Ministero per discutere la riforma della maturità 2019 è vero. Posso però mettervi a disposizione questo mio salotto virtuale dove siete liberi di dire la vostra qualunque questa sia purché lo si faccia in toni educati e costruttivi! Prima però di passarti la palla  voglio lanciarti un altro spunto sul quale riflettere. Proviamo per un attimo a immaginare la scuola, ed in generale il sistema di istruzione italiano come un grande albero. A pochi chilometri da me c’è uno splendido parco con delle querce secolari dove da bambina, e non solo, amavo arrampicarmi e giocare. 

Come saprai le querce sono piante estremamente forti e resistenti. Se studi il latino sono sicura che ti verrà in mente la declinazione di vis, roboris! Proprio per la loro grande robustezza non sono solite aver bisogno di grandi interventi di cura ma per spiegarti il mio pensiero voglio chiedere aiuto al mondo della botanica.

Torniamo dunque al nostro esempio. Immaginiamo che tu abbia una piantina che ha bisogno di essere rinvigorita e curata perché ultimamente sembra che non riesca ad assorbire dal terreno i nutrimenti che le occorrono. Per poterglieli fornire tu così da restituire quel ben colore verde brillante alle sue foglie e darle la possibilità di crearne di nuove dove interverrai? Sulle radici o sulle foglie?

Io non sono un granché con le piante lo ammetto ma la mia saggia mamma fin da bambina mi ha insegnato i fondamentali per non fare del mio balcone un cimitero della clorofilla. Personalmente controllerei il terreno, verificherei che fosse abbastanza umido e partirei con il nutrire la pianta proprio dalle radici. Solo così infatti in breve tempo si potranno osservare gli effetti sull’aspetto delle foglie! Sei d’accordo con me?

Fammi indovinare, ti stai chiedendo che c’entri tutto questo con la scuola!

Te lo spiego subito. Proviamo a mettere in relazione le due cose. Fingiamo che all’estremità delle radici immerse nel terreno si possa collocare la scuola d’infanzia, mentre ai rami più alti assegniamo l’intero sistema della formazione universitaria e specialistica. Fatto? Bene, ora prendi un paio di guanti da giardinaggio e vieni con me ad osservare la condizione della nostra scuola-piantina.

Da bravi giardinieri quali siamo dovremmo preoccuparci di intervenire sulle radici nutrendo la pianta attraverso il terreno, rinvasandola magari o semplicemente aiutandola con i concimi e nutrienti più adatti. Così facendo molto probabilmente nel giro di qualche giorno le nostre foglie tornerebbero ad essere verdi e brillanti. Diverso sarebbe se, ignorando lo stato del terreno, ci preoccupassimo solo di spostare la pianta di qua e di là o ci mettessimo a lavare le foglie più estreme una ad una. In questo secondo caso sono abbastanza convinta che in breve tempo il vaso resterebbe vuoto. Con la scuola vale lo stesso ragionamento. Il punto centrale della questione  non è tanto chiedersi quanto “buona” sia la riforma 2019, quanto piuttosto se tutti questi interventi siano davvero incisivi sul miglioramento del sistema d’istruzione. 

Maturità 2019 e non solo: la tua opinione conta

Spero di averti almeno strappato un sorriso con il mio esempio vegetale, ma il messaggio credo sia passato ugualmente. Non sta a me dire se la nuova riforma della maturità sia migliore o peggiore della precedente. Posso però dirti che non credo fosse prioritario questo tipo di intervento dinanzi a ben altri problemi della scuola italiana. Nel corso del tempo ti terrò aggiornato con le novità pratiche circa la maturità 2019. Se vorrai potrai prepararti con l’aiuto dei miei consigli e materiali all’esame ma in questo articolo l’intento era prettamente quello di fare una riflessione sullo stato delle cose.

Oltre la riflessione però ciò che davvero conta è essere propositivi, per questo motivo ti chiedo di dire la tua che qui in casa mia è sempre bene accetta!

Che ne pensi della nuova riforma per la maturità?

E tu, cosa cambieresti della scuola italiana?

Aspetto di leggere il tuo parere e le tue considerazioni! Dopotutto la scuola senza studenti non esisterebbe! 

Tip and Tricks: studiare è un’arte che si apprende

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Tip and Tricks: studiare è un’arte che si apprende

Sei alla ricerca di tip and tricks per trovare un buon metodo di studio? Ciò che ho da dire allora potrebbe proprio esserti utile.

Se immagino questo mio spazio virtuale come una casa in cui ho il piacere di ospitarti, non c’è dubbio che questa sia la stanza dei giochi, quella delle meraviglie. T&T sta per tip and tricks ossia suggerimenti e trucchi. Ciò che dunque ho voluto creare è una vera e propria cassetta degli attrezzi alla quale potrai attingere a seconda delle tue necessità o solo anche per migliorare quelli che già sono i tuoi punti forti. 

Ogni studente, così come un qualsiasi professionista in qualsivoglia ambito e disciplina, ha bisogno di assemblare nel tempo la sua personale valigetta di strumenti del mestiere che possano aiutarlo nel quotidiano o venire in aiuto in particolari momenti. Anche io ne una tutta mia sai? Oltre a ciò che condividerò con te passo per passo ho imparato negli anni a capire di cosa avevo bisogno per migliorare sia l’apprendimento sia l’insegnamento. Così nella mia valigetta sono confluite diverse strategie e prassi che, prima più generiche poi via via più specifiche e mirate, mi consentono di stare dietro al lavoro, allo studio e ai progetti senza impazzire!

Tip and Tricks: chiediti di cos’hai bisogno

La prima domanda da porti, ancor prima di andare alla ricerca di trucchi e suggerimenti per migliorare il tuo metodo di studio, è chiederti di cosa hai bisogno.

Per costruire una cassetta degli attrezzi che ti sia davvero utile non devi pensare di riempirla di “tutto un po’”. Devi ricercare solo ciò che realmente potrebbe servirti per migliorare e facilitarti nel lavoro. Molti studenti, ma anche professionisti che lavorano in proprio, commettono l’errore di passare fin troppo tempo alla ricerca di tip and tricks ma finiscono in questo modo per provare ogni genere di applicazione, strategia e software che molto spesso più che sfoltire il lavoro e ridurre le tempistiche non fa altro che far perdere loro del tempo utile. Ecco perché è prioritario fare un’analisi delle tue reali necessità.

Passiamo agli esempi pratici che a mio parere rendono l’idea meglio di qualsiasi altra cosa! Ipotizziamo che tu sia molto bravo nel tenere a mente concetti e ragionamenti. Le materie in cui probabilmente andrai ad eccellere saranno perciò quelle di studio come la filosofia e la letteratura. Al contempo però potresti invece trovare molta difficoltà nel far tue nozioni precise come date, formule o regole grammaticali che necessitano di un apprendimento spesso esclusivamente “a memoria”. Partendo dalla situazione del nostro esempio sarai d’accordo con me che non ha alcun senso tu perda tempo a cercare metodi o app per fare mappe concettuali, piuttosto dovresti ricercare tip and tricks che ti permettano di scoprire nuove tecniche di memorizzazione. Ovviamente lo stesso vale al contrario se invece sei molto più portato per memorizzare dati precisi ma fatichi nella comprensione e nell’apprendimento di ragionamenti.

Tip&tricks per studiare

Tip and Tricks: passa all’azione

Dopo aver stabilito quali siano i tuoi bisogni occorre passare all’azione. Attenzione però ad una sacra regola: datti un tempo da rispettare. Che significa? Semplice. Non cadere come molti in quella che io chiamo “mania di programmazione”.  Così  mi riferisco a quel tranello mentale che porta a trascorrere troppo tempo a programmare o a sperimentare metodi di studio o di programmazione del proprio lavoro senza mai passare al concreto. Sono molte le persone che anche di là dello studio si perdono alla ricerca del “modo giusto” di strutturare la propria strategia per lanciare o far maturare un’idea. Accade spesso nel mondo del business. Questo errore è fatale per potenziali progetti di successo che però restano confinati nella fase di working in progress senza mai concretizzarsi.

Per evitare di cadere anche tu in questa trappola devi darti del tempo e soprattutto devi sapere quando farlo. Quanto tempo? Quando fare ricerca? Di certo non il giorno prima del compito in classe o dell’interrogazione! So che solo all’ultimo momento scatta il sensore di allarme ma tu sai bene in cosa sei forte ed in cosa carente anche prima del fatidico giorno della vigilia di una verifica. Immaginiamo per un attimo che il prof di storia stia iniziando ad affrontare la spiegazione di una nuova e consistente parte del programma e che solo una volta concluso probabilmente il capitolo o l’unità del tuo libro annuncerà il girono stabilito per la verifica. Invece di rimandare è proprio quello il momento di agire!

Prova fin dai primi giorni alcuni tip and tricks per memorizzare le date che via via ti vengono nominate a lezione, i fatti, i protagonisti degli eventi più importanti. Concediti al massimo una settimana per sperimentare un limite di tre tecniche di memorizzazione differenti. Una volta fatto ciò chiediti con quale di quelle hai ottenuto i migliori risultati. A questo punto il proseguo è abbastanza semplice: elimina le altre e comincia subito ad applicare la tua strategia preferita. 

Tip and Tricks: impara a conoscerti

Ogni studente ha un modo di apprendere diverso da un altro. Per ogni persona alcuni metodi sono adatti ed altri del tutto fallimentari. Questo semplice concetto è la base essenziale del mio lavoro che mi permette di approcciarmi ad ogni studente in maniera specifica e mirata alle sue personali qualità e potenzialità. Credo sia proprio questo ciò che mi consente di aiutare i miei ragazzi e che soprattutto mi rimanda il loro alto grado di soddisfazione. Sono sicura che se da domani cominciassi ad insegnare in uno stesso unico modo a tutti ben presto dovrei fare i conti con la coscienza e con non poche lamentele!

Il punto è questo: devi capire cosa funziona per te. Sembra semplice ma so bene che si tratta di uno dei passaggi probabilmente più delicati da affrontare. Ecco perché molti studenti che hanno collezionato insuccessi o che vivono una particolare difficoltà nel trovare il proprio metodo si rivolgono a me. Il loro desiderio è di costruire insieme un metodo di studio che sia efficace e personalizzato senza perdere tempo utile allo studio vero e proprio.

Ma da dove si parte per trovare il metodo più adatto per sé? Fra i tip and tricks della costruzione del metodo di studio è essenziale l’analisi dei punti forti. Prova a chiederti non solo quali siano le materie in cui vai meglio e che studi con più piacere. Vai ben oltre e scava nella tua stessa personalità. Chiediti quale sia il momento della giornata in cui ti senti più concentrato. Individua le tematiche che più ti attraggono e catturano la tua attenzione. Fai caso alle maggiori difficoltà che ti allontanano dai risultati sperati. E infine, ma non meno importante, pensa a cosa ti diverte e a quali sono le tue passioni al di là dell’ambito scolastico. Probabilmente ti stai chiedendo cosa c’entri tutto questo con il metodo di studio. È del tutto legittimo il tuo dubbio a proposito, ma lascia che ti spieghi brevemente cosa intendo. 

Tip and Tricks: punti forti, tempistiche e lista delle priorità

Per trovare i giusti tip and tricks utili al tuo metodo di studio devi dunque avere ben chiara la tua carta d’identità di studente. Appunta su un foglio o sul tuo diario una lista delle materie nelle quali fai meno fatica o che più ti piacciono. A questa affianca un elenco dove riportare i macro argomenti che più preferisci studiare e nei quali sei abbastanza sicuro di poter conquistare i risultati a cui aspiri. Ma non fermarti qui, vai oltre la scuola e pensa a quali siano le caratteristiche peculiari del tuo carattere.

Sei un ottimo comunicatore? L’anima creativa del tuo gruppo di amici o quello che tende a starsene tranquillo sulle sue? Quali sono le tue passioni? Pratichi uno sport con particolare entusiasmo o preferisci uscire con gli amici per una pizza in compagnia? Tutte le informazioni raccolte sono molto utili per la costruzione di un metodo personalizzato che funzioni realmente su di te.

Ti faccio un esempio di come questa indagine introspettiva può risultare estremamente utile all’andamento della tua carriera scolastica.

Se ami la musica e passi più tempo con gli auricolari nelle orecchie piuttosto che davanti alla tv potrebbe essere estremamente efficace per te usufruire della tua passione. Prova a registrare le informazioni da studiare sul tuo smartphone con una delle centinaia di applicazioni disponibili. Potresti collezionare una serie di audio con le date di storia, le formule di matematica o i versi di una poesia ed alternarne l’ascolto ai tuoi brani preferiti. Tecnica collaudata e vincente. Ti assicuro che nel giro di poche ore, al massimo pochi giorni, insieme con il tormentone che ti entra nelle orecchie anche quando non vorresti, tutte le nozioni ascoltate andranno a depositarsi nella tua memoria. Ovviamente quei 3 o 4 minuti di ascolto devono essere “ascoltati davvero” e non solo sentiti per essere efficaci. Per motivarti potresti pensare che se ascolti con concentrazione quel determinato audio, dopo potrai godere della tua canzone preferita!

Questo era uno dei moltissimi tip and tricks di cui ti parlerò in questa “stanza delle meraviglie”. Nessuna magia, solo tecnica e intelligenza declinate al fine di migliorarti. Sono tante le strategie che potrebbero diventare estremamente efficaci per te, basta solo sapere come trovarle e metterle in pratica! Per ora ti consiglio di partire dalla lista dei punti forti. Comincia dall’analisi dei tuoi migliori tempi di concentrazione nel corso della giornata. Tieni sempre conto dei vari impegni a cui tieni come amici, sport ed altre attività. Per il resto tieni a mente la strada fin qui, mi impegnerò a fornirti i migliori tip and tricks che ho avuto modo di individuare nel corso degli anni, di ideare io stessa e che facilitano non poco l’esperienza scolastica dei miei studenti ogni giorno.

A presto

E se pensi che questa rubrica possa essere utile e funzionale anche ai tuoi amici non dimenticarti di condividerla con loro! 

Storia: perché è importante conoscere il passato

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Storia: perché è importante conoscere il passato

Storia: perché è importante conoscere il passato

Una frase che molto spesso si sente ripetere recita: “è importante conoscere il passato per affrontare il presente”. Ma in fondo quanti sanno davvero che significa?

Conoscere gli errori della storia per non ripeterli

Ciò a cui la maggior parte di noi pensa in riferimento alla frase qui sopra è perlopiù riferibile a qualcosa di negativo. Prendi ad esempio all’olocausto. Molto spesso accade infatti che libri e servizi in TV suggeriscano l’importanza di riflettere sulle disgrazie del passato per non commettere ancora gli stessi errori. Il genocidio ebraico è forse l’esempio più tristemente celebre, ma ce ne sono molti altri: omicidi, disastri ambientali, errori umani causati dalle più svariate trascuratezze.

Sono abbastanza convinta che nessuno possa negare la veridicità di questa massima poco da cioccolatini e più da cronaca giornalistica. Ma allora, se il passato è davvero così importante ed utile da conoscere perché per la maggior parte degli studenti l’ora di storia è simile ad una tortura legalizzata?

Si può imparare ad amare la storia?

Gli studenti tendono a pensare che il compito della scuola sia quello di trasmettere un’infinita lista di regole noiose, nozioni da apprendere più o meno a memoria in vista di un compito o di un’interrogazione. Sei anche tu di quest’idea? 

Si lo so, sembra quasi io stia mettendo in dubbio il “sacro ruolo dell’istruzione” e in effetti è un po’ così. Mi spiego meglio. Se gli studenti hanno insito in loro questo pregiudizio riguardo alla scuola è perché qualcuno o qualcosa ha fatto sì che così fosse. Io sono dell’idea che il problema della questione è da ricercare a monte e non sono di certo l’unica. La sociologia dell’educazione insegna, tra le altre cose, anche questo. I nomi dei grandi teorici che hanno studiato e analizzato il mondo dell’istruzione hanno evidenziato proprio quanto nel passato sia stato un problema vedere nella scuola solo un “distributore” di sterili informazioni. Dico nel passato, ma in realtà questo inconveniente io lo rilevo ogni giorno nel mio lavoro. Il problema ha origine nell’idea che ogni studente si fa della scuola fin dai primi anni di frequenza.

Storia: perché è importante conoscere il passato

Ecco perché alla base del mio metodo di insegnamento, dunque ancor prima di passare alle regole e alle spiegazioni, punto un faro sul perché serva apprendere una certa materia, una regola o le dinamiche di un evento storico.
Questo vale per ogni disciplina, non solo per la storia protagonista di questo articolo. L’accento va messo sull’utilità di qualcosa ancor prima che sulla cosa stessa. Ecco il segreto celato nella Camera dei Segreti dell’apprendimento che scava oltre la polverosa superficie del voto scolastico. Ecco che si, lo dico senza alcun timore, è possibile imparare ad amare la storia. Ciò che serve davvero è solo capire perché questa sia tanto utile.

Storia: da dove partire per cambiare punto di vista

Va bene, il mio discorso fila, ma vediamo se l’aver citato Harry Potter mi fornisce qualche potere di divinazione. Stai pensando che comunque non trovi nulla di divertente nei tuoi pomeriggi davanti al libro di storia? Che, per quanto tu possa metterci buona volontà, date, battaglie e nomi altisonanti sono peggio dell’appuntamento dal dentista? Se ho indovinato, purtroppo non è per via dei mie fantomatici poteri, ma solo perché io stessa ho provato la stessa sensazione nella mia diretta esperienza personale.

Non importa quanti anni si abbiano, la pillola della motivazione ha lo stesso effetto a prescindere dalla data sulla carta d’identità. Proprio per per questo voglio accompagnarti su una collina immaginaria da dove potrai cambiare punto di vista. Hai presente quando nel Re Leone il padre mostra al piccolo Simba la vastità del suo regno della Savana? Ecco qualcosa di simile. E se te lo stessi chiedendo, confesso: ho una dipendenza insanabile dai film Disney. Ma mi consola pensare che persino Exupéry, lo scrittore del Piccolo Principe, guardava ogni pomeriggio Biancaneve nei suoi giorni a New York. 

Vivi la storia non limitarti a leggerla

Per imparare ad apprezzare realmente quanto i libri di storia ci raccontano serve dunque avere ben chiaro a cosa serva leggere di tutti quegli eventi, dai più remoti fino poi a quelli avvenuti circa negli anni sessanta del novecento.

Ma per capire l’importanza della storia voglio partire da un esempio che in apparenza potrebbe sembrarti del tutto sconnesso. Sono certa che tu sappia chi era Steve Jobs e che abbia anche una vaga idea di quante copie ha venduto il libro della sua biografia scritto da Walter Isaacson. Ti sei mai chiesto perché la storia della sua vita sia diventato in pochissimo tempo un best seller? E questo non è di certo l’unico esempio! Leggere le biografie di uomini e donne di successo è utilissimo sia da un punto di vista motivazionale sia per imparare quali scelte e strategie questi hanno applicato per raggiungere una certa posizione. Le biografie sono proprio per questo motivo il genere di libri più letti dagli aspiranti imprenditori che, attraverso la lettura, provano a seguire lo stesso percorso di successo per la propria vita.

Steve sarà anche un esempio, ma in fondo è lo stesso approccio che dovresti sperimentare quando apri il libro di storia. 

Dal libro di storia alla vita

Pensa per un attimo alla storia dell’antica Roma. L’hai studiata per la prima volta alle scuole elementari, l’hai poi ritrovata negli anni delle medie in maniera più approfondita. Ecco che poi al primo anno delle superiori ti ritrovi di nuovo lì a sbuffare e giocherellare con la matita davanti alla celebre carrellata di nomi dai sette re ai grandi imperatori. Prima di urlare alle pagine stampate il tuo odio per questa materia, hai mai pensato a come abbiano potuto i Romani governare un impero per ben otto secoli con capitale nella nostra Roma?

La politica non è di certo il mio settore ma credo che tutta l’instabilità di cui tanto ci lamentiamo come italiani ben poco ha a che fare con i nostri antenati imperiali. Voglio invitarti ad un’altra riflessione magari un po’ bizzarra ma che io ritengo molto efficace. I social network. Instagram, Facebook, Snapchat e chi più ne ha più ne metta, ma il trend è sempre lo stesso: ottenere like e aumentare i follower. Sai come potremo chiamarla? Propaganda moderna! In fin dei conti la ricerca attuale di pollici in sù e cuori è solo l’ultima versione della ricerca spasmodica e prioritaria di consenso che Mussolini ha messo in atto per divenire duce così come Hitler per conquistare il titolo di Führer. 

Potrà sembrarti strano all’inizio ma io ti consiglio di provare a cambiare approccio quando dovrai prepararti per la prossima interrogazione di storia. Apri il libro e cerca di imparare non come se fosse uno sterile elenco di nomi e date, ma cercando di capire a cosa possa servirti conoscere quanto leggi. Mentre scorri gli eventi immedesimati! L’immedesimazione è una tecnica vincente non solo per imparare in maniera pro-attiva ma ti renderai conto di quanto più facilmente questo metodo ti consentirà di memorizzare ciò che l’insegnante si aspetta tu conosca. 

Prepararti in meno tempo e con più profitto per un interrogazione e nel mentre imparare qualcosa di utile per il tuo futuro, a me sembra un ottimo mix e a te? E se nel frattempo alleniamo anche un po’ di spirito critico ben venga!

Fammi sapere se sperimenti questo nuovo approccio la prossima volta che hai da studiare la lezione di storia! E se ti va raccontami cosa ami o detesti di questa controversa disciplina.

Latino: il mio metodo

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Latino: il mio metodo

Latino: il mio metodo

Disciplina tanto odiata da molti studenti e appellata con gli aggettivi meno gentili, il latino non rientra certo nella top five delle materie più apprezzate. 

Nonostante la maggiore distanza del greco dall’italiano, mi ritrovo molto più spesso a lavorare con ragazzi che hanno problemi ad approcciarsi al latino. Vuoi perché siano più numerosi i corsi nei quali si studia, vuoi perché spesso gli studenti hanno molti pregiudizi ancora prima di acquistare il loro primo libro della grammatica degli antichi romani, la costante non cambia: al latino la maggior parte urla un secco “no!”

Latino: odi et amo

Da quasi dieci anni mi scontro e incontro con la “questione latino”. Sono sempre più convinta che il problema non sia né negli studenti svogliati, né nella difficoltà della materia, quanto piuttosto nel metodo di insegnamento. Per quanto mi piacerebbe, io non ho certo poteri magici, eppure potrei raccontarti di innumerevoli volte in cui i miei ragazzi hanno completamente ribaltato in positivo il loro rapporto con il latino nel corso delle lezioni. Così come il loro giudizio, è cambiato anche il voto scolastico che in alcuni casi è persino lievitato a mo’ di pane fatto in casa. Metodo. Ecco qual’è la formula magica del “supercalifragilistichespiralidoso” per insegnare il latino. C’è un impellente bisogno di intervenire sul sistema con il quale lo si presenta alle classi. L’ingrediente essenziale del metodo è trovare la giusta motivazione che, a contrario di ciò che spesso si crede, è compito dell’insegnante far emergere.

Latino: il mio metodo

 

Latino: dalla teoria alla pratica

Non serve a molto esprimere sterili giudizi o puntare il dito contro chicchessia, costruttivo è invece partire dall’analizzare quali siano i fattori che nella maggior parte dei casi sabotano il latino nella nostra scuola. Prendiamo in esame i corsi nei quali lo si insegna. Ovviamente al centro della mia piccola indagine ci sono i licei: classico, scientifico, scienze umane e linguistico. Anche fra questi corsi occorre però fare qualche distinzione. Nel recente indirizzo scientifico sportivo ad esempio il latino non è affatto compreso fra le materie di studio. Per quanto riguarda poi il linguistico, il latino rientra nell’orario scolastico solamente per i primi due anni. È proprio dall’esame del biennio che è partita la mia ricerca che mostra come in tutti i corsi il latino venga presentato ai ragazzi solo dal punto di vista grammaticale e strettamente tecnico.

Lasciamo per un attimo da parte la mia personale simpatia per la materia. Ammettiamolo, due anni di regole e nozioni da studiare essenzialmente a memoria non farebbero saltare di gioia nemmeno il più appassionato degli studenti. Ecco dunque quello che secondo me è il primo dei problemi del metodo di insegnamento del latino: la netta divisione. Mi riferisco a quella fra grammatica nozionistica e tutto il restante panorama che si potrebbe far amare agli studenti senza attendere l’inizio dell’ultimo triennio di studi, quando ormai anche i più volenterosi sono stanchi e demotivati. 

Ma da dove nasce questa separazione così rigida? È proprio dalla Grecia antica che abbiamo ereditato questa divisione 2 + 3. Lo stesso appellativo di “ginnasio” con il quale si identificano i primi due anni di frequenza del liceo classico, si rifà al luogo dove i giovani greci venivano allenati a crescere fisicamente, la palestra di un tempo insomma. Allo stesso modo nella scuola il ginnasio è diventato quel passaggio propedeutico al liceo in cui gli studenti apprendono gli strumenti tecnici e nozionistici delle due lingue classiche prima di accedere ai grandi saperi letterari del liceo. Si ok, tutto molto bello e con quel non so che di romantico che proviene direttamente dalla notte dei tempi. 

Eppure c’è una domanda che non posso ignorare.  A chi non crollerebbe la motivazione nel corso di due anni quando tra le mani si ha solamente la promessa di contenuti affascinanti non accessibili prima del terzo anno di studi?

Latino: amalgama bene come per i pancake

Ti stai chiedendo cosa abbiamo a che fare i pancake con il latino? Ti rispondo subito! Proprio come recitano le ricette dei famosi dolci anglosassoni da colazione, anche per il latino serve amalgamare bene se si vuole davvero gustare ciò che questa affascinante materia ha da offrire! Sono dell’idea che separare nettamente l’apprendimento della grammatica dallo studio della letteratura e dei testi d’autore sia il modo più adatto per incrementare l’antipatia degli studenti verso la lingua di Seneca. E se già il sistema scolastico accresce questa negativa condizione, come ci si può poi lamentare che i ragazzi non studino con impegno declinazioni e coniugazioni verbali? 

Ovviamente ci sarà sempre qualcuno a cui il latino proprio non piace, che non si sente in alcun modo attratto o coinvolto da questa materia, ma questo è un discorso ben diverso rispetto al totale e generalizzato distacco che si risconta ad oggi nelle classi. C’è una domanda in particolare, tra ironia e spirito, che rivolgo ai miei studenti il primo giorno di lezione di latino. 

“Ma insomma, quanto antipatico è questo latino?” Lascio la risposta e le varie espressioni facciali che la accompagnano alla tua immaginazione. 

Però a questo primo approccio tutt’altro che positivo segue, alla fine di un ciclo di lezioni, un cambiamento per me estremamente importante che va ben oltre il risultato in termini di numeri. Tantissimi ragazzi hanno riconosciuto che “non è poi così male”. Altri sono persino arrivati a dirmi “avrei voluto studiarlo bene dall’inizio”. E, ovviamente la mia risposta preferita, “Silvietta non avrei mai pensato che il latino potesse piacermi!”

Cos’è cambiato? Il metodo. L’approccio allo studio. E no, non ho io alcun potere mistico, né loro sono migliori di te. Chiunque può raggiungere buoni o addirittura ottimi risultati persino in quelle materie che crede di detestare proprio come accade in genere per il latino o per la matematica. Ma torniamo ai pancake. Il metodo in cui credo fermamente e che porta un tangibile cambiamento nell’approccio al latino dei miei studenti non è nulla di difficile o fantasmagorico. È lo scopo che cambia e di conseguenza la prassi per raggiungerlo.

Il mio obiettivo come insegnante non è quello di essere certa che i miei studenti recitino a memoria la sacrosanta regola dell’ablativo assoluto. Piuttosto ciò che mi preme è che sappiano che Cesare ha un amore particolare per questo costrutto che inserisce di continuo nei suoi scritti. Miro al fatto che sappiamo riconoscerlo e di volta in volta imparino a tradurlo in italiano a seconda del tipo di testo che si trovano ad analizzare.

Conoscere l’ablativo assoluto per i miei ragazzi non significa declamare con parole vuote una regola grammaticale. Per loro significa capire quando tradurre due termini latini con un’elegante proposizione italiana o quando preferire la versione più sintetica di un inciso che non appesantisce il testo che vogliono creare. Conoscere il latino per il miei studenti ha un significato ben diverso dall’evitare il debito scolastico o raggiungere a stento la sufficienza. Tradurre una versione non è un’azione meccanica e noiosa, ma diviene l’occasione per sentirsi parte attiva e operante che può mettere del suo in ciò che scrive. Ecco come si impara a scegliere un termine piuttosto che un suo sinonimo o ad optare per un’impostazione grammaticale al posto di un’altra.

Ma non finisce qui. I pancake migliori dei miei giovani latinisti si ottengono quando all’analisi della versione imparano ad accompagnare informazioni riguardanti l’epoca in cui un certo testo è stato scritto e le informazioni chiave della vita di chi lo ha redatto. Senza questi ingredienti e passaggi essenziali a mio parere studiare il latino sarebbe come leggere Primo Levi senza sapere cosa sia l’olocausto. Ho reso l’idea? 

E tu come studi il latino?

Ma quanto antipatica è la lingua del foro?

Ma soprattutto: prima del tatuaggio in lingua, chiedi la traduzione a google?

Mi riservo il discorso dei tatuaggi in latino ad un altro momento, avrei parecchio da dirti e su cui riflettere insieme. Anzi, se può interessarti scrivilo nei commenti. Come sempre la tua opinione qui nella mia casa virtuale è come le uova in una frittata: essenziale.